BERLINO63: The Necessary Death of Charlie Countryman (Fredrik Bond, 2013)

di Francesca Fichera.

Leggendo il curriculum di Fredrik Bond, verrebbe da dire “Fai due passi indietro. Ritorna al tuo vecchio mestiere, ché ti riusciva meglio”. E questo perché il regista di The Necessary Death of Charlie Countryman, in concorso (WTF) alla 63esima edizione della Berlinale, ha un passato da video maker. Anche piuttosto visibile. Fastidiosamente visibile.

Quella che Bond ha scelto di raccontare è la storia – da un soggetto di Matt Drake – di Charlie, giovane rimasto orfano di madre (una Melissa Leo sprecata come cioccolata sulla pasta) che “parla coi morti” come il ragazzino di The Sixth Sense. Solo che sotto effetto di stupefacenti. Durante uno dei suoi colloqui con l’altro mondo, Charlie (Shia LaBeouf, che NO, NON sa recitare) riceve l’ordine-segnale di recarsi a Bucarest per incontrare il suo nuovo destino. Durante il viaggio in aereo conosce un uomo con il quale stringe una brevissima ma intensa amicizia. Al mattino, infatti, il signor Victor viene trovato morto. Altro cadavere parlante, altro monito: Charlie ha da restituire un cappello che Victor  aveva intenzione di donare a sua figlia Gabi (diminutivo di Gabriela, una statica e “io-recito-solo-perché-sono-bellissima” Evan Rachel Wood).

Una volta giunto in terra straniera, Charlie conosce un cosmo inedito, o meglio, una miriade di universi fino ad allora ignoti: la bella e dannata Gabi, il suo ex marito delinquente Nigel (Mads Mikkelsen), uno psichedelico ed immenso ostello giovanile e, naturalmente, i modi rudi e violenti dei “selvaggi” non-americani. Malmenato e con diversi traumi cranici, nonché ingollando di continuo quantitativi di droga umanamente intollerabili, Charlie/LaBeouf zompa da un luogo all’altro, da una persona all’altra, senza mai restare fermo per più di due minuti (il tempo di riprendersi da un cazzotto o da un incidente d’auto). La sua corsa infinita, irritante condensato quasi nonsense di cliché pseudo-romantici, è descritta con insopportabile e ruffiano stile “videoclipparo” – integrato dalla colonna sonora di Moby, che rappresenta, forse, uno dei pochi elementi da salvare. Un’inutilità che tenta di colpire esagerando. E che termina con un kebab. Se avete un paio d’ore da perdere, guardate il film. E forse capirete il motivo di quei pochi, coraggiosi e intelligenti ‘buuu’ di disapprovazione.

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