BERLINO63: La Religiosa (Guillame Nicloux, 2013)

Le impressioni di un muro cambiano quando lo si colpisce con un pugno, la sua durezza acquista nuovi significati, lo stesso impatto che lo spostamento del tempo ha su cose, idee e persone. Un romanzo incompiuto ed anti-clericale del filosofo Denis Diderot, La Religiosa, può essere osservato sotto un’ottica contemporanea che ne trae un valore di rivalsa, lotta e ribellione per l’autoaffermazione. Del resto adattare un’opera letteraria è un mestiere complicato quando si cerca di mantenere una relazione basata sulla fedeltà, più semplice è il tradimento ed in molti casi più proficuo, come per La Religiosa di Guillame Nicloux, personale e riuscitissima trasposizione d’un classico del Settecento.

Suzanne Simonin (Pauline Étienne) è figlia di una famiglia nobile vicina alla disgrazia, costretta dalla madre (Martina Gedeck) a prendere i voti in un convento per redimere i suoi peccati. Punita per colpe non sue, Suzanne accetta con riluttanza grazie anche all’aiuto della superiora Madame de Moni (Françoise Lebrun) la cui morte cambierà tutto: la nuova Superiore, Sorella Christine (Louise Bourgouin), è dispotica al punto da costringerla ad un numero insopportabile di umiliazioni. Convento dopo convento, la storia di Suzanne diventa sempre più difficile da reggere, ma la curiosità verso come possa arrivare la sua salvezza e chi sarà infine la sua vera famiglia, è l’elemento d’interesse che tiene legati allo schermo.

Il lavoro di Guillame Nicloux e Jérome Beaujour in sceneggiatura divide il film in due parti, spacca i toni tra un convento e l’altro, passando dalla coerenza narrativa dei soprusi al taglio ironico del “salvataggio”, con la nuova Superiora interpretata con la solita grande abilità da Isabelle Huppert, superiore al resto delle sue colleghe più funzionali che altro. Colpisce però l’ottima regia, con assi ben definiti e rappresentazioni sincere preferite ad esagerazioni impure che male avrebbero reso una storia di tale dolore. Tra Bach e musiche di Max Richter ci si immerge nella vita religiosa di Suzanne, divisi da pareti austere ma vitali, lontano dal tipico marcio scelto per dar vita a film a tema ecclesiastico.

Una maestosità quotidiana resa con perfezione dalla fotografia di Yves Cape, ad oggi miglior contributo tecnico della Berlinale, deciso a non dar precedenza alle architetture di chiese, conventi e dipinti. Questo conferisce a La Religiosa l’esperienza della vita normale, del conosciuto, dandoci così modo di capire e concentrarci sulla particolare esistenza di Suzanne.

Fausto Vernazzani

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