The Grandmaster - CineFatti

BERLINO63: The Grandmaster (Wong Kar-wai, 2013)

The Grandmaster: un omaggio alla tradizione.

È un bagno di colori primitivi a introdurre il film d’apertura del 63esimo Festival del Cinema di Berlino, l’emozionante The Grandmaster di Wong Kar-wai.  Subito dopo segue la spiegazione – o, per meglio dire, l’illustrazione – di due parole fondamentali corrispondenti ad altrettanti concetti: verticale e orizzontale, rispettivamente ciò che vince e ciò che perde nel delicato gioco di equilibri e forze del Kung Fu.

Il maestro del caso è Ip Man (Tony Leung) piccolo uomo dall’agilità felina capace di atterrare decine di suoi simili nel giro di pochi minuti, mentre la pioggia batte invadendo ogni spazio.

La sua storia comincia in primavera, quando la vita di Foshan scorre tranquilla e Ip Man con lei. Ma dopo il primo fermo immagine, residuo di serenità e memoria, il caleidoscopico film di Wong Kar-wai comincia a permearsi di tonalità più scure – non senza rinunciare a brillanti sequenze dimostrative sui segreti più insospettabili delle arti marziali.

L’inconfondibile stile di Wong Kar-wai

Con i suoi fotogrammi a scatti, che sembra sussultino, il racconto cinematografico messo in forma dal regista di Shangai può avere un effetto straniante sullo spettatore poco propenso a lasciarsi coinvolgere dalla diversità, da ciò che è peculiare e, per questo, viene da sé che si distanzi dal resto. Proprio quello che in The Grandmaster è destinato a non sopravvivere: la particolarità.

Il film di Wong Kar-wai, pur se esoso nel linguaggio e nella rappresentazione, è una storia nobile sulla nobiltà. Di quei sentimenti, valori, ideologie che i grandi spartiacque storici hanno devastato, devastano e, forse, devasteranno ancora.

Ip Man costituisce la parte verticale del gioco crudele della sorte umana: ciò che rimane in piedi e alla luce del sole – perché l’altro vincente, The Razor di Chang Chen, continua a percorrere la sua strada sotto mentite spoglie.

A restare a terra sono invece Mo san (Zhang Jin) e Gong Er (Zhang Ziyi) simboli umani della disgregazione cui la guerra fra e dentro gli uomini conduce. Così la danza dei corpi e i dialoghi di energia necessari alla sua esecuzione si mescolano agli scontri fra umanità e fato, volontà e coscienza, in una continua, quasi ostinata lotta all’avanzamento. 

A favore di una resistenza che però non basta, come dimostra la luce tremula e granulosa sul volto pallido di Gong Er/Zhang Ziyi, diffusa da Philippe Le Sourd onde realizzare un profondo e quasi maniacale discorso metaforico, un dibattito fra campo e controcampo come fra passato e futuro, morte e vita.

E allora non è straniante e nemmeno sorprendente la toccante citazione musicale di Shigeru Umebayashi tratta dal nostro Morricone, per commentare ciò che era e non è più. Once upon a Time.

Francesca Fichera

Voto: 3.5/5

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