Shame

Shame (Steve McQueen, 2011)

Shame: solitudine senza vergogna.

Dopo (o anche durante) la visione di Shame di Steve McQueen viene da citare una frase contenuta nell’ultimo, acclamatissimo libro di Paolo Cognetti (Sofia si veste sempre di nero): così ti porti in giro le tue identità come sorelline litigiose, una che tira per correre avanti e l’altra che punta i piedi. Parole che stanno benissimo addosso al corpo massiccio e scultoreo di Brandon (Michael Fassbender) il trentenne newyorchese protagonista del film. Un erotomane a tu per tu con se stesso, intrappolato dalla cristallina mdp di McQueen in un triplo gioco di specchi che è riproduzione e amplificazione di quello slancio voyeuristico insito nel Cinema, qui esplicitamente sessuale (perché nel Cinema non è detto che di solito non lo sia).

Brandon ha lo sguardo vitreo di chi guarda costantemente nella propria inadeguatezza al punto tale da assentarsi (senti)mentalmente dal resto, trasformando la realtà in una fonte meccanica di nutrimento alla sua dipendenza: il sesso. In ogni sua forma o, per meglio dire, immagine. Speculare, fisica, telematica. In Shame lo sguardo è coprotagonista del coito – anche perché entrambe le cose fanno parte di quella multiforme sensazione che soliamo definire piacere e collaborano al suo raggiungimento.

Cosa può interrompere l’infinita serie di orgasmi su commissione ottenuti tramite lenti striptease, osceni flirt in metropolitana, volgari acrobazie in webcam e affannate sessioni solitarie in toilette? La risposta è: l’amore. Quello invisibile, come l’essenziale.

La sua tenerezza ha le vesti di una sorella cui presta il volto una luminosa e telegenica Carey Mulligan, grazie alla quale, per pochi minuti, la ricercatezza delle immagini di Steve McQueen cede il passo all’assolutezza del suono con una cover (esageratamente citata sui social) della celeberrima New York, New York. Quello di Sissy, così si chiama lei, è un canto disperato e angelico di rivalsa inattuata – ma non inattuabile – su un destino di dipendenza – affettiva, nel suo caso – condiviso con il fratello Brandon.

Fa già un passo verso il rischio di cambiare, di ottenere come di perdere tutto, al contrario del suo ossessionato parente che rimane ancorato con le unghie e con i denti alla propria caotica ma confortevole immobilità. Scacciando dal cuore e allontanando dal corpo chiunque provi a modificare l’armonia, il ritmo, della sua dissonante melodia quotidiana. Chiunque osi tirare la sua anima volenterosa  fuori dal bisticcio con quell’altra parte di lui, ben piantata lì dov’è e più che restia a spostarsi.

McQueen contorna di malinconia metropolitana fotografata dall’ottimo Sean Bobbitt (suo collaboratore già per Hunger) questo climax tragico destinato alla condanna della ripetizione. La sua regia ha il pregio dell’eleganza, della precisione, della lucidità. Ma sfiora e, in conclusione, valica il confine dell’autocompiacimento. Come se l’inglese si divertisse a far vedere molto di un problema già visto e, soprattutto, vissuto da molti. Così che viene quasi da pensare: chi ha visto Shame quanto ha rivisto di sé? Quanti di coloro che l’hanno decretato un capolavoro lo hanno fatto per pura cinefilia?

Una cosa è certa: Shame non sarebbe stato tale, non sarebbe esistito, senza Fassbender. Tagliente spigolo umano affilato dalle sue stesse lame interiori, raggiunge il massimo grado di immedesimazione e reinvenzione del personaggio che interpreta. Il suo ghigno di dolore, silenzioso commento a uno fra i momenti più nudi e crudi del film, è magnetico come poche cose proiettate sullo schermo. Anche più della nudità stessa.

È lui il vero e solo capolavoro.

Francesca Fichera

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