Django Unchained - CineFatti

Django Unchained (Quentin Tarantino, 2012)

Django Unchained impartisce violente lezioni di storia.

La lezione morale del cinema statunitense colpisce come fosse un’’ascia bipenne: da un lato critica, dall’’altro salvifica. Film divisi tra il voler piangere gli errori e subito dopo giustificarli, un panorama filmico in cui l’’ultima fatica del regista Quentin Tarantino sembra per fortuna non voler rientrare.

Per lui non ci sono mezzi termini, il sangue è sangue, un olocausto è un olocausto. Nessuno poteva prevederlo, un regista da sempre devoto al divertimento, l’’amico fedele del cinema trash d’i ogni decennio, il più fracassone della classe, lui ha messo le cose in chiaro: la tratta degli schiavi negli Stati Uniti d’’America non fu niente di diverso dalla strage nata con la Soluzione Finale dei Nazisti. Così, dal war movie Bastardi senza gloria, si passa a un implacabile western infuocato.

L’ultimo Django di una lunga stirpe

Django Unchained omaggia, sì, il film di Sergio Corbucci, ma in realtà ne prende le distanze abbracciando la storia del personaggio creato dal cinema italiano, prendendo a esempio l’immensa saga nata dal successo del Django con Franco Nero, dirigendo uno dei tanti seguiti non ufficiali del film del 1966.

Del resto la trama è ben lontana dalle avventure del pistolero Django: schiavo nero/Jamie Foxx, venduto al mercato di Greenville, separato da sua moglie Broomhilda. Sulla via verso una nuova piantagione, Django viene “scatenato” dal Dr. King Schultz/Christoph Waltz, dentista tedesco diventato cacciatore di taglie.

Per il suo prossimo incasso lo schiavo sarà necessario a riconoscere alcuni banditi di un certo valore. Criminale dopo criminale, Django diventa il suo secondo, a patto che vadano a liberare sua moglie dal ricco e spietato negriero Monsieur Calvin Candie/Leonardo DiCaprio, fingendosi appassionati di lotte fra schiavi.

Razzista o anti-razzista?

Inizia Luis Bacalov, il tema di Django riempie l’’aria pesante respirata dagli schiavi incatenati, Waltz serve birra con la stessa maestria con cui mangiava strudel con panna in Inglorious Basterds, Foxx ruba la scena come farebbe una statua di Canova tra i corridoi di un museo, DiCaprio sguinzaglia il “maledetto” che c’è in lui e Samuel L. Jackson è il Kapò pontecorviano che nessuno si sarebbe mai aspettato.

Un film razzista, dice Spike Lee, piuttosto un film contro il razzismo e un’’istituzione dimentica degli errori commessi. Tarantino insiste con più di una bellissima scena nel rendere prima ridicoli gli avi del KKK, poi spietati gli uomini fritti nella convinzione d’i essere superiori. A un nero viene tolto il nome, dato un numero e un lavoro da svolgere tutti i giorni fino alla morte. È il riflesso della Shoah.

Schiocchi di frusta e fischiettii

Sullo scorrere della lezione di storia di Tarantino, intanto, la macchina da presa compie le sue abituali acrobazie, sottolinea la tensione e la guida dove desidera, sfoggiando le curate scenografie di J. Michael Riva, mentre un variegato e vivace repertorio musicale preso dall’’opera di Ennio Morricone, Bacalov, Ortolani e Nicolai si accompagna alle composizioni di Wagner e ai racconti del Sigfrido.

Un film più colto, non solo di stampo cinematografico, ma anche umano. Una parodia che non ha paura di accostare grandi intellettuali a citazioni buffe come la trasformazione di Foxx nel lupo dei cartoons di Tex Avery, in un finale divertito allontanatosi dai toni tragici, per passare al Best of the West di Micalizzi, giocando con la violenza come fosse un film con Bud Spencer e Terence Hill.

Il nemico sotto la maschera

Un tripudio di colori, gestiti con maestria dal premio Oscar Robert Richardson, e schizzi di sangue coreografici e movimenti del tutto irreali dei corpi trucidati dai colpi di pistola. Un incubo capace di ossessionare lo spettatore come la morte di D’’Artagnan per Schultz, inaspettato eroe tedesco che con astuzia dà ulteriore modo di comprendere l’identità del nemico, l’’americano Candie.

Stati Uniti ieri, Germania domani, le colpe le condivide il mondo. Django Unchained è superiore alla media dell’’ultima produzione di Tarantino, esce dalla sala come un film nato non solo per arricchire il suo scatolone dei giochi, ma anche per far riflettere su un oscuro e oscurato capitolo della Storia, quella con la S maiuscola, scritta col rosso colore del sangue.

Fausto Vernazzani

Voto: 4/5

3 pensieri su “Django Unchained (Quentin Tarantino, 2012)

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