Pieta (Kim Ki-duk, 2012)

di Francesca Fichera.

La gente sta male, recita il titolo di una vecchia canzone degli Afterhours. Ai tempi dell’album – Quello che non c’è, 2002 – il film Pieta del coreano Kim Ki-duk era ancora ben lungi dal vedere la luce – e gli schermi. Ma non c’era bisogno di lui per capire. Piuttosto, suonato dopo, il brano degli After avrebbe potuto svolgere la funzione di commento più che calzante.

Sia ben chiara una cosa: non sono fra quelli che si fanno detrattori di qualcosa per moda, ma anzi, ritengo che la visione di un film sia qualcosa di piuttosto individuale, oltre che viscerale: un groviglio di emozioni, impressioni e pensieri che va ad incastonarsi in un insieme più complesso, duraturo e stratificato, cui siamo soliti dare il nome di “cultura personale”; e v’aggiunge un pezzo. Guardare un film ha valore di esperienza singola, unica nel suo hic et nunc, nonostante nel comprenderla la mente si porti automaticamente a collegarne temi e motivi già riscontrati in passato, affinché il processo di lettura possa poi essere completato nell’immediato o lontano futuro.

Non esistono perciò – e in linea di massima non dovrebbero esistere – condizionamenti pavloviani nel momento in cui ci si appresta a guardare un film. Così è stato per Pieta, così è stato per gli altri. Certo, dispiace dimenticare per quelle quasi-due-ore tutto il piacere derivato dalle “vite precedenti” di Kim Ki-duk, autore di un capolavoro assoluto come Time (più bello di Ferro 3, molto più bello), per guardarlo con occhi quanto più possibile privi di influenze. Dispiace pure – ma molto meno – trovarsi in disaccordo con pareri illustri e, fra gli altri, con l’intera giuria del Festival di Venezia, che ha assegnato a questo diciottesimo lungometraggio del regista sudcoreano, improponibile e quasi grottesca fusione del suo stile ‘delle origini’ (come Bad Guy) con la morbosità tipica del peggior Faenza, niente di meno che il Leone d’Oro. Attribuire un premio alla noia ed alla ridicolaggine? Per quale assurdo motivo? Forse per lenire il dolore interiore del regista, da anni in balia di una crisi personale e artistica fin troppo nota? Quel dolore che è anima del film, che lo alimenta e, provando a spiegarsi da sé, finisce col far apparire ogni cosa terribilmente patetica?

Molti sono rimasti colpiti dalla parabola di Pieta, resa esplicita nella frase (ad effetto?) il denaro è l’inizio e la fine di tutte le cose: amore, onore, rabbia, violenza, odio, gelosia, vendetta, ed ancora una volta la seduzione cinematografica è avvenuta a causa di un contenuto e non della sua forma, dell’enunciato e non dell’enunciazione. Quando si sa benissimo che le arti, per essere definite tali, mettono in perfetto equilibrio le due parti.

Il diciottesimo film di Kim Ki-duk vorrebbe essere arte ma non lo è, neanche da lontano: rappresenta, al contrario, quel classico esempio di fallimento nel dire una cosa perché è sbagliato il modo di dirla. O perché in e tramite essa, vogliono esser dette tantissime altre cose. Per esempio: che la gente sta male. Perché è schiacciata dal mondo o da ciò che è diventato; perché si sente sola sempre più facilmente; perché il sistema la incattivisce fino a inaridirne il cuore e a spazzarne via i sentimenti; perché “a furia di contare, sta dimenticando cosa conta” (cit.). Tutto molto vero. Ma la Storia del Cinema annovera fra le sue fila persone che hanno saputo fare di tal marciume poesia pura e semplice. E anche se così non fosse, Pieta resterebbe qualsiasi cosa fuorché una creazione poetica. La storia del giovane aguzzino e della sua madre/martire pro tempore reca in sé solo il tentativo di esprimere sofferenza. Ma di un solo uomo, non di tutti. Anche se “la gente sta male” sul serio. Però, in questo caso, ad esser stato fatto cieco dal suo male è stato un unico individuo. Gli auguriamo di passare a miglior vista, di rinascere, nell’arte e nel cuore.

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