Berberian Sound Studio (Peter Strickland, 2012)

di Fausto Vernazzani.

Il suono della carne che brucia all’interno di una donna stuprata con un tizzone ardente: una padella cocente su cui spruzzerete dell’acqua fresca facendola sfrigolare ben bene. Nella saletta accanto, intanto, un’attrice strilla per dare voce a quel dolore, ma come fare a sentirlo? È un’atmosfera da incubo quella degli anni Settanta del Berberian Sound Studio dove Gilderoy, valente tecnico del suono proveniente dalle tranquille campagne inglesi, è stato chiamato con l’inganno.
“Un film equestre” così gli era stato descritto The Equestrian Vortex, dal regista Giancarlo Santini, in realtà un horror truculento dove preti smembrano e violentano chiunque sia accusato di essere una strega. L’aria ferma dello Studio, i continui attacchi del produttore Francesco, gli appetiti sessuali di Santini e l’intero team che lo ignora, le strane parole dell’attrice Veronica, tutti piccoli elementi che rendono l’esperienza di Gilderoy terrificante.

Il secondo film di Peter Strickland, dopo il successo critico di Katalin Varga, è un’opera curiosa per un regista britannico dei giorni nostri: girato interamente in tre sole location, l’appartamento di Gilderoy, lo studio di registrazione e il corridoio d’ingresso, è un capolavoro claustrofobico in cui persino noi italiani, capaci di capire la lingua straniera al protagonista, ci sentiamo persi. Ben lontano dall’essere un horror come il genere che Strickland vuole omaggiare, con una bellissima colonna sonora composta dal gruppo Broadcast ad immagine (i titoli d’apertura del film nel film) di quelle opere che han segnato la nostra storia del Cinema, con richiami ad Ennio Morricone e Bruno Nicolai. Berberian Sound Studio è un thriller psicologico più vicino alle inquietudini di David Lynch che agli orrori di Lucio Fulci, tutti immaginati dal personaggio principale di Toby Jones, la cui interpretazione monumentale resterà negli annali, grazie anche alle tre lettere ricevute dalla madre: scioccante anche solo leggere dei pulcini smembrati, a cui si ricollegano tutti i suoni registrati accoltellando cavoli, strappando ravanelli e spaccando angurie.

Le luci, suggestioni nate da un’influenza caravaggesca di Nicholas D. Knowland, sono il tocco finale per costruire questa fiaba d’inquietudini e angoscia da cui è impossibile uscire vivi, sconvolti tanto dal finale inaspettato – la discesa nel disagio sempre crescente di Gilderoy lontano da ogni schema della ragione – quanto dalla recitazione così perfetta e sincera dell’intero cast italiano. Cosimo Fusco (Francesco), Antonio Mancini (Santini) e Susanna Cappellaro (Veronica) sono un trio di casa nostra che ci si chiede dove si sia mai nascosto, ottimi in ogni singolo istante, “italiani” fin nel midollo così com’è loro richiesto: seguire uno stereotipo di indifferente calore umano che renda tutto ancora più difficile per il “piccolo” Gilderoy. Strickland riesce a caricare sempre quel segnale di disturbo che attanaglia i pensieri dell’inglese, gratta una lavagna con le sue unghie e ci riempie il cervello dei contrasti Silenzio e Inferno riuscendo nella non semplice impresa di produrre un thriller psicologico invasivo, un lavaggio del cervello dove ribollono immagini e suoni iniettati dritti nell’occhio dello spettatore. Strickland ha dato vita a un capolavoro.

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