La collina dei papaveri

La collina dei papaveri (Goro Miyazaki, 2011)

La collina dei papaveri e della nostalgia.

Il problema de I racconti di Terramare è facile che si nascondesse proprio nel suo regista, il quale avrebbe forse dovuto dedicarsi solo all’aspetto tecnico lasciando le parole a qualcun altro insieme alla sua collaboratrice Keiko Niwa.

Tornato sulle scene di recente, Goro Miyazaki, figlio d’arte del Signore dei Maiali Hayao Miyazaki, si avvale proprio di suo padre per lavorare alla trasposizione del manga From up on Poppy Hill, ben tradotto in italiano come La collina dei papaveri.

Raccontare il cambiamento

Siamo nel 1964, le Olimpiadi si avvicinano e Kon Ichikawa si prepara a girare il suo storico film sui giochi olimpici di Tokyo, ma quello che si nasconde dietro tanto fermento è qualcosa di ben diverso dallo sport e dalla gioia d’un mondo unito a distanza di soli 9 anni dal conflitto mondiale: è il cambiamento.

Per il Giappone la storia tra fine Ottocento e inizio Novecento è più turbolenta di quanto si possa immaginare. Meglio dei Nazisti non furono, santi non lo sono stati nei confronti tanto di Cina quanto della penisola Coreana, ma quello che accadde loro dall’era Meiji ha sconvolto una cultura che nel giro di pochi decenni è mutata ad immagine e somiglianza dell’Impero d’Occidente.

Dalla cima della collina

Umi è una ragazza che vive nella casa dei nonni che sorge sulla collina. Sin da quando era bambina prese l’abitudine d’innalzare le bandiere di segnalazione per le barche che navigano nel mare su cui il suo paese si affaccia, in ricordo di quando aspettava suo padre, morto anni fa durante la guerra di Corea.

Shun è un talentuoso studente della stessa scuola frequentata da Umi, in testa al gruppo di ragazzi decisi a evitare che lo storico edificio dei Club sia abbattuto per far spazio a un nuovo palazzo che nulla ha a che fare con il loro retaggio.

Una storia d’amore nasce tra i due, macchiata dalla confusione causata da un tempo nebuloso in cui uomini e donne hanno vissuto tra le fiamme dei bombardamenti e nel fumo di case crollate.

Persino la polvere diventa amica in questo dramma/commedia figlio del filone sociale dello Studio Ghibli, quello capitanato da Isao Takahata, di cui però non riprende gli stessi toni tragici (vedi Una tomba per le lucciole).

Ridere delle ferite

Si ride, si riflette e si cede al sorriso per quasi tutta la durata de La collina dei papaveri, braccio a braccio con la curiosità per la vita di Shun e Umi a cui l’emblematica storia della club house fa da sfondo.

«Come si può pensare di costruire un futuro se si dimentica il proprio passato?». Una regia votata all’economia dei grandi effetti vola come la bici di Shun giù per le discese del paese, spiega con delicatezza l’importanza di un momento storico in cui il Giappone si è trovato a dover scegliere tra Ieri e Oggi, combattendo contro se stesso nel tentativo di mantenere viva una cultura millenaria spezzatasi (non solo) con la guerra.

È questo La collina dei papaveri di Miyazaki Jr., inspiegabilmente distribuito in Italia per un solo giorno (dov’è il vantaggio?). Una sorta di film educativo che, attraverso i più classici e semplici metodi di scrittura cinematografica, racconta l’amore e la vita di una generazione a cui i giovani di oggi si possono sentire vicini.

Fausto Vernazzani

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