Womb

Womb (Benedek Fliegauf, 2010)

Womb: l’amore in grembo – di Fausto Vernazzani.

La ripetizione è una sorta di offesa, voler ricreare qualcosa così com’era l’originale non rende giustizia all’idea che si vuole trasmettere, alla cosa che si vuole dire, alla persona che si vuole rispettare. Quando vivi la tua intera vita al fianco dell’idea che hai di un uomo, pur non avendolo accanto con costanza, quel pensiero diventa necessario come l’aria, il cibo, l’acqua e qualunque altra necessità inevitabile.

Rebecca conobbe Thomas quando erano ancora entrambi dei bambini, figli o nipoti di abitanti di un’isola al largo della Gran Bretagna, sommersi da un grigiore familiare che li ha uniti anche nella lontananza, quando lei, ancora bambina, ha dovuto accompagnare la famiglia nel trasferimento in Giappone. Più di dieci anni dopo Rebecca torna per incontrare Thomas: l’amore sopito torna a riaccendersi negli occhi profondi di lui, i due iniziano una relazione, lui muore per una fatalità. Lei è sola.

Si potrebbe dire che l’idea di ricreare non è un modo di combattere la morte, più accettabile della invece dolorosa perdita. Thomas muore, ma nuove tecnologie permettono la riproduzione in utero di un clone. È così che Rebecca decide di portare in grembo i geni del suo amato, di crescerlo sin dalla tenere età, subendo tutte le conseguenze del caso quando lui raggiunge l’età che aveva condiviso con lei tanti anni prima. 

Benedek Fliegauf è incantato dal suono, dirige il suo film inglese Womb accompagnandosi con il rumore del mare e coprendosi degli innumerevoli maglioni che attutiscono il suono e coprono i corpi dei due fuoriclasse protagonisti: Matt Smith ed Eva Green.

La clonazione è un tema dibattuto a lungo al cinema, con significati spesso diversi, ma con espressioni ed intenzioni differenti: Non lasciarmi raccontava il dilemma dell’anima di una creatura clonata, Il sesto giorno affrontava il problema etico della lotta alla morte.

Womb si getta in altre battaglie, si colloca nel campo della lotta al confronto con l’identità fisica di un qualcosa che all’apparenza è familiare, ma in realtà distante anni luce da ciò che si ha in mente: Rebecca dà la vita a Thomas, lo fa riemergere dai morti solo nei tratti genetici, tuttavia il risultato è solo un fantasma del suo passato.

Fliegauf scrive un film che si spinge nella ricerca registica e nell’originalità nascosta in un tema che ancora non era stata affrontato nel cinema contemporaneo, così prodigo nel voler esprimere giudizi ossessivi sui grandi dilemmi morali della scienza. Sceglie i campi lunghi per inserire i gusci da lui descritti, la desaturazione per esprimere il vuoto che circonda tutti coloro che vivono sull’isola, con l’aiuto di due attori indimenticabili, della fotografia di Peter Szatmari e delle delicate e vive note del compositore e musicista Max Richter.

Una distribuzione rarefatta per un film raro, ma dal grande valore pur non essendo aggrappato alla perfezione: Womb è una visione che merita di essere fatta per ricordarsi che non ci sono solo singoli punti di vista sui vari problemi, ma che ogni elemento ha più sfaccettature da analizzare, vivere, sentire e mostrare come Fliegauf ha fatto due anni fa, quando il film fu prodotto e Matt Smith ancora non otteneva la copertina dell’Entertainment Weekly, pur essendo anni che occupa le TV inglesi col volto dell’undicesimo dottore.

Eva Green si conferma invece un’ottima attrice quando si lancia nel cinema indipendente, quale è stata anche per l’ottimo Perfect Sense di Mackenzie. Se lo troverete in qualche sala in giro per l’Italia, non perdetelo, ne uscirete con la mente affollata dai pensieri.

 

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