Carlo Rambaldi e gli effetti speciali

Carlo Rambaldi: la meccatronica degli elementi – di Fausto Vernazzani.

La prima cosa che colpisce di Carlo Rambaldi è quel suo composto entusiasmo nel raccontare e mostrare le sue creazioni, come nel 1973 nel programma per bambini Occhio allo schermo dove in una puntata fece camminare lentamente una tarantola, correre una volpe e volare un pipistrello di fronte ad una platea stupita e interessata più del conduttore Febo Conti.

Nel ’73 Rambaldi era già una personalità nel Cinema italiano ed estero, aveva collaborato con registi del calibro di Roger Vadim ed il suo Barbarella, con John Huston per l’immensa trasposizione de La Bibbia, ma anche per Blake Edwards ne La Pantera Rosa e Joseph L. Mankiewicz per la creazione dell’aspide che morse il seno della Cleopatra di Elizabeth Taylor.

Entrò in questo circuito grazie ad una commissione particolare per qualcuno che mai ancora aveva lavorato nel cinema (era il 1958 e Rambaldi aveva 33 anni): un drago lungo 16 metri, l’unica creatura fantastica che sarebbe comparsa nel Sigfrido di Giacomo Gentiluomo. Qualche idea geniale, un talento innato ed il suo primo lavoro rappresentò per lui il miglior curriculum che avesse mai potuto presentare ad una qualunque casa di produzione.

Dal 1958 in poi lavorò per diversi dei film su citati, si guadagnò la stima di Hollywood per quelle sue piccole creazioni di meccatronica (definizione data da lui stesso alla sua Arte), ma anche del geniale Mario Bava, una delle eccellenze registiche italiane.

Per il grande Bava realizzò gli effetti di uno dei pochi film di fantascienza italiani che oggi ancora si ricordano senza troppe difficoltà, ovvero Terrore nello spazio, ma anche il più famoso Reazione a catena, diventato un cult al di là dell’Atlantico col titolo di A Bay of Blood, un film che tutti lì, lontano da casa sua, sapranno riconoscere per il talento tanto del regista quanto dell’ingegnoso artista Rambaldi. 

Meccatronica italiana

La collaborazione col cinema italiano fu la più proficua e lunga, dalla metà degli anni ’60 per tutti gli anni ’70 lo si ricorderà per quei grandi lavori da censura realizzati per Lucio Fulci, il cui episodio di scandalo è oggi citato da tutti i giornali: cani dilaniati ne Una lucertola con la pelle di donna tanto reali da far credere a tutti che Fulci avesse ucciso dei veri cani, finché alla corte Rambaldi non mostrò i suoi straordinari lavori.

In Italia continuò a lungo, anche in film minori o più importanti per il regista Riccardo Freda in Estratto dagli archivi di polizia di una capitale europea ed Antonio Margheriti, in una sua collaborazione con il regista statunitense Paul Morrissey, regolarmente presentato da Andy Warhol.

I lavori di Carlo Rambaldi, già prima dei grandi Oscar arrivati ad iniziare dal 1977 in poi, erano noti in tutto il mondo, la sua figura era riconosciuta e diventata quasi quella di una star, del resto sue furono molte innovazioni nel campo degli effetti speciali ed un’apparizione televisiva nel 1973 non si spiegherebbe: non è E.T. che ha fatto Rambaldi, ma Rambaldi che ha fatto E.T.

È ovvio che non va lasciata da parte la sua collaborazione per Dario Argento nel celeberrimo Profondo Rosso, che gli ha fatto così completare una collezione un  po’ particolare: Argento, Bava, Fulci, Freda, Margheriti, una serie di registi di grande fattura, uno stampo che da queste parti non si vede più, un po’ come quello che d’ora in avanti resterà vuoto con la scomparsa di Rambaldi. 

E poi?

Poi non accadde qualcosa di straordinario, non fu notato dalle stelle come molti canali o giornali vorrebbero far credere, non è Hollywood che d’improvviso si accorse di lui, per Dino De Laurentiis Rambaldi era tutt’altro che uno sconosciuto.

Alle sue produzioni lavorò già negli anni ’60 in Barbarella e la miniserie TV L’Odissea, del cui Polifemo fu l’artefice e il Padre. Perché Padre? Qualcosa di diverso v’era in Rambaldi, ed è la sua grande capacità di creare non dei pupazzi, ma dei personaggi capaci di suscitare emozioni, dare vita ad una serie di meccanismi, creta o gomma: questo fu il motivo per cui De Laurentiis senior chiamò Rambaldi per correggere il gorilla già realizzato per la realizzazione di King Kong, un film di John Guillermin.

Mancava espressività. Carlo Rambaldi dimostrò di essere un attore, un attore aderente alla schiera di “fan” del metodo, avvicinandosi a ciò che doveva creare, studiando i gorilla per capirne i movimenti ed i motivi: Special Achievement Award agli Oscar del 1977.

Fantascienza da Oscar

Da King Kong in poi ci si avvicina alla fine. Il 1977 è l’anno del cambiamento, Star Wars è uscito nelle sale ed il Cinema sta per subire quella che si potrebbe definire la più grande rivoluzione dopo l’avvento del colore, l’era delle digitalizzazione sta arrivando.

Quello stesso anno conosce Steven Spielberg e realizza per lui gli alieni del suo (vero) capolavoro di fantascienza Incontri ravvicinati del terzo tipo ispirandosi alle sculture spinte verso l’alto di Alberto Giacometti, e con J. Lee Thompson si avvicina a qualcosa di ancora più mostruoso: un bufalo bianco immenso, 5 metri e capace di correre a 40km/h, una creatura straordinaria visibile in Sfida a White Buffalo.

I prossimi anni la fama corre, è il 1979 e Ridley Scott parlando con Rambaldi sottolinea la sua volontà di tener fuori l’espressività dal corpo dell’Alien disegnato da H.R. Giger e poi indossato dal figurante mai figurato Bolaji Badejo. L’elegante e mostruoso design, quei movimenti inquietanti della testa allungata sono il suo secondo Oscar

Si scorre così velocemente per incontrare Dagoth , un mostro che sembra poter essere capace di distruggere il più potente barbaro della storia del cinema, Conan il distruttore, sequel del Conan il barbaro che lanciò Arnold Schwarzenegger lontano dal titolo di Mister Universo per entrare nell’universo cinematografico che lo portò poi a diventare il Governator che tutti conosciamo.

C’è anche David Lynch ed uno dei suoi film che più di tutti divise la critica cinematografica, Dune, con i suoi immensi vermi delle sabbie e “cervelli” chiusi in teche, creature inquietanti, forse l’elemento più forte dell’intero film.

Ma anni prima di questo c’era lui, l’unico di cui tutti parlano: E.T – l’extra-terreste. Nel 1982 vinse il terzo Oscar, quello che gli diede ancora più notorietà di quanta già ne avesse, ma oggi l’unico film per cui è ricordato tutti, una memoria nata sicuramente da un risultato rimarchevole.

L’alieno del film di Spielberg è un attore migliore dei protagonisti del film. La creatura di Rambaldi avrebbe dovuto vincere un premio Oscar per la Miglior Interpretazione Maschile, ma sarebbe stato troppo fuori dagli schemi. 

Il ritiro

Dalla fine degli Anni ’80 in poi, dopo aver lavorato più per se stesso che per altri, dopo aver insegnato alle nuove generazioni come lavorare in questo campo, campo in cui l’Italia rappresenta ancora l’eccellenza, Rambaldi si ritirò.

Il digitale aveva iniziato a prendere il sopravvento, le creature meccaniche non erano più richieste e a quanto pare, secondo l’articolo della Repubblica, odiava il pensiero che per un’immagine computerizzata richiedesse più persone e soldi di quante ce ne volevano per la sua meccatronica.

Il regista Gareth Edwards di Monsters dopo aver realizzato tutti gli effetti da solo per il suo film potrebbe non essere d’accordo, ma Rambaldi aveva ragione: non erano più gli Anni ’50 o ’60. Ma si può mai scomparire delusi dalla propria carriera dopo 3 Oscar e dopo aver lavorato per Steven Spielberg, Oliver Stone, Mario Bava, Luchino Visconti, Roger Vadim, David Lynch, Dario Argento, Riccardo Freda, Paul Morrissey, Antonio Margheriti, Joseph L. Mankiewicz,  Marco Ferreri, J. Lee Thompson e John Huston? Non penso proprio.

Perché tutto ciò? Perché è bello ricordare uno dei nostri, qualcuno che viveva in Calabria non solo perché era – ed è tuttora – una bella terra, ma perché era di famiglia. Non si è trasferito da noi come molti grandi del cinema Made in Usa, ma perché era uno di noi, ed è proprio in Italia che molto del suo lavoro ha raggiunto vette straordinarie.

Per raccontarne il talento nella sua totalità è giusto pensare a tutti i suoi “figli meccatronici”. Non ci mancherà, perché da tempo aveva già chiuso, e alla sua scomparsa non si deve piangere, ma sorridere, alzarsi dalla sedia, applaudire ed urlare: Bravo!

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