Biancaneve nella foresta nera (Michael Cohn, 1997)

Con Biancaneve nella foresta nera

Se il nome e la faccia di Monica Keena non vi dicono niente, allora siete cresciuti senza Dawson’s Creek e senza Biancaneve nella foresta nera. In entrambi i casi il fatto andrebbe commentato con un sonoro buon per voi. Vediamo perché, a cominciare dal secondo punto.

Questa è la storia

Nata da un cesareo senza anestesia, la piccola Lillian Hoffman (M. Keena) è orfana fin dai suoi primi vagiti. Il nobile padre Frederick (un ingessatissimo Sam Neill) per restituire una figura materna alla figlia si risposa con l’affascinante ma instabile – evviva gli eufemismi – Claudia (Sigourney Weaver).

Ossessionata dalla bellezza e dal terrore di invecchiare, la donna prende di mira Lilli, colpevole di essere radiosa perché nel fiore degli anni, e fa di tutto per rubarle le attenzioni del padre.

Un parto precipitoso e la perdita dell’unico figlio che avrebbe potuto dare a Frederick gettano Claudia nel baratro della follia, spingendola a ricorrere alla magia nera pur di togliersi di torno la bella principessina.

La patetica

Da lì in poi Biancaneve nella foresta nera svela tutto il suo senso: un inutile susseguirsi di trovate sceniche ai limiti dell’enfasi, con cadute nel cruento, nel morboso e talvolta nel patetico – come durante la scenografica morte della strega Claudia/Sigourney in conclusione, oppure [SPOILER]

qualche sequenza prima, quando il principe sfigatello e fedifrago viene lanciato giù dalla torre del castello

[FINE SPOILER].

È il tentativo, reso ridicolo dalle scelte registiche di Michael Cohn, di accentuare l’essenza gotica della fiaba, ridotta a una transizione dal goth al gore. A un ibrido.

La sola idea in grado di suscitare un minimo d’interesse è la trasformazione della storia d’amore fra Lilli/Biancaneve e il più canonico principe nella relazione, di sguardi e di silenzi, con uno dei nani, reso normale per l’occasione dalle fattezze di Gil Bellows.

Una fiaba da dimenticare

Per il resto, di questo film per la tv, fatta eccezione per lo sguardo costantemente allucinato della Keena e l’intramontabile carisma della Weaver – presente a se stessa nonostante il Morandini definisca questo ruolo «un infortunio nella sua carriera» – ricorderete poco e nulla. 

Almeno in Dawson’s Creek la colonna sonora valeva tutto il gioco e Monica, ancora lungi dal diventare la nuova reginetta dell’horror, anziché bianca come il latte si faceva blu dalla paura e dal freddo, morendo miseramente.

Francesca Fichera

Voto: 2/5

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