CANNES65: "The Angels' Share" e "The Paperboy", il Cinema che delude tre volte su quattro – parte I

Tra ieri e oggi, ho visto tre film in concorso e un evento speciale. Sono rimasto deluso in tre casi su quattro, per uno dei quali non mi sono limitato al dispiacere, ma sono giunto fino alla rabbia.

Chi mi ha fatto veramente contento è stato Ken Loach. Il cantore della working class britannica porta in concorso la storia di Robbie (interpretato in maniera eccellente da Paul Brannigan, che non è un attore professionista), piccolo delinquente dal cuore d’oro che deve scontare la pena per un reato violento svolgendo 300 ore di lavori socialmente utili. Conosce Harry, una specie di capo – il canone di una certa inglesità, quella del ventre abbondante e del viso paonazzo – che gli trasmette la passione per il whisky. Scoperta l’esistenza di un nettare di malto d’orzo preziosissimo, rarissimo e quindi costosissimo, insieme a tre amici esilaranti come lui, Robbie si inventa il colpo della rivalsa, il gesto alla Robin Hood.

Se il Loach arrabbiato de L’altra verità aveva destato non poche perplessità, questa volta il compagno Ken torna alla tenerezza, fa parteggiare per quegli adorabili small times crooks con cui ha dipinto, lungo tutta la sua straordinaria carriera, un affresco alternativo della rigida Inghilterra: racconta con tenero umanesimo le loro gesta, imbraccia la macchina da presa noncurante della calligrafia e scrive preoccupandosi del cosa prima che del come, e insieme al fedele sceneggiatore Paul Laverty strappa la risata ma ti spinge oltre, fin quasi al “tifo”.

La finezza è già nel titolo: il film si chiama The Angels’ Share che, nel vocabolario dei cultori, è quella percentuale minima di alcool che si perde quando viene aperta una botte di whisky invecchiato.

Nonostante le aspettative (trainato dal successo che ha arriso al non trascendentale Precious), ha sostanzialmente deluso The Paperboy, di Lee Daniels, che però ha ottemperato al suo scopo principale che – immagino – voleva essere quello di riproporre a Nicole Kidman una parte forte e coraggiosa. Missione che, comunque, la grande attrice hawaiana ha portato a termine con maestria, risultando essere, di fatto, l’unico vero, importante polo d’attrazione – attrazione è da sottolineare un paio di volte – di un film che prova, senza successo, a mascherare la sua inconsistenza narrativa con esplosioni, pur prevedibili, di sesso o violenza. Insieme alla Kidman si salva Matthew McConaughey, che, ormai, personalmente ritengo infallibile dopo la prova così folgorante di Killer Joe. Il film, ambientato negli anni Sessanta, parla di due giornalisti del Miami Times spediti in uno squallido villaggio della Florida a indagare sull’innocenza del viscido criminale maniaco Hillary Van Wetter (John Cusack, bravo, ma non immediatamente associabile a un personaggio così orripilante). L’inchiesta, svolta in un contesto di odio razziale e di discriminazione dell’omosessualità, conduce a un gorgo violento e sadico che il lieto fine non aiuta del tutto a digerire.

(continua…)

Barton Fink

(Elio Di Pace)


immagine: http://www.cineclandestino.it/

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