CANNES65: "Vous n'avez encore rien vu", "In another country" e "Like someone in love", il Cinema che non avevamo ancora visto

A Cannes – La Bocca – il posto periferico e grigio in cui la dorata organizzazione cannense spedisce i non professionisti, i non giornalisti, i non degni, insomma, di godere del film nel tempio deputato che dà sul mare – è situato il cinema La Licorne, location un po’ d’altri tempi, che al piano inferiore, sotto la sala cinematografica e di fronte ai bagni, ha una scuola di ballo e, accanto, una chiesa finto-romanica, costruita per dare un tono all’ambiente, come il tappeto di Drugo Lebowski.

Dalla prima fila i film si vedono benissimo, ce la conquistiamo di volta in volta con fughe feline e intrufolamenti acrobatici. Ieri abbiamo cominciato il pomeriggio con Vous n’avez encore rien vu di Alain Resnais. Pensavamo di vedere la Palma d’Oro affiorare in filigrana tra le immagini del grande e venerato maestro, il ribelle della Nouvelle Vague, l’emarginato, l’unica retta via che conosce è quella dei suoi ieratici carrelli in sottinsù. Forse ha ragione quando ammonisce: “Voi non avete ancora visto niente”, ma credevamo di vedere molto di più.

L’incipit è folgorante. Un misterioso maggiordomo chiama i più grandi attori del cinema francese. Ma non solo del cinema francese, diciamo del mondo. E non solo del cinema, diciamo del teatro. Facciamo così: diciamo che chiama un gruppo di ENORMI attori; il fatto che siano tutti francesi è una coincidenza. Dissolvenze incrociate di primissimi piani del classico “orecchio con cornetta del telefono”, alternatamente a destra e sinistra.

– Pronto, parlo con Sabine Azéma?
– Pronto, parlo con Michel Piccoli?
– Pronto, parlo con Mathieu Amalric?
– Pronto, parlo con Anne Consigny?
– Pronto, parlo con Pierre Arditi?

Così, per dare un’idea.

Un loro carissimo amico drammaturgo è morto, e la sua ultima volontà è vedere il fiore dell’arte scenica riunirsi per visionare, in questa sua misteriosa magione (sorta di Xanadu vuota e grecizzante), l’allestimento da parte di una compagnia di strada (reale anch’essa) della rivisitazione del mito di Orfeo e Euridice. Teatro, cinema, cinema nel teatro e teatro nel cinema; compenetrazione di vita, palcoscenico e celluloide; indimenticabile immagine boscosa di gusto tarkovskiano.

Non è un film riuscito, secondo me. Ha le sue magie e i suoi momenti di altissimo lirismo e di celebrazione delle potenzialità delle “sconnessioni cinematografiche”, ma se questo è quello che non avevamo ancora visto, allora preferiamo il Resnais che, invece, conosciamo bene. Sebbene egli stesso l’abbia voluto suggerire in più momenti, siamo sicuri che questo non sarà il suo testamento artistico.

Lo amiamo comunque, ci mancherebbe.

Hong Sang-soo offre un godibile intervallo tra Resnais e Kiarostami con In another country, trittico minimale (ma forse anche minimo, non saprei dirlo con esattezza) racchiuso nella boccaccesca (un parolone fuori luogo, ma è per capirci) di una ragazza che inventa tre cortometraggi che hanno per protagonista una donna, che si chiama in tutti e tre i casi Anne ed è interpretata da Isabelle Huppert (oppure, è lo stesso personaggio in tre combinazioni diverse di eventi, la scelta direi che è libera). Sang-soo fa finta di derogare alla tenuta stilistica, ma in realtà predispone un particolare modo di filmare falso-amatoriale, con un uso volutamente impreciso e incerto dello zoom (finezza di buon livello, è una cosa che non si vede spesso) e una rinuncia pressoché totale del calligrafismo e della composizione aurea del quadro. La notte ha portato consiglio e lo abbiamo un po’ rivalutato, dopo un rifiuto quasi totale immediatamente dopo la visione.

Arrivò, poi, il momento di Abbas Kiarostami e del suo Like someone in love, ambientato in Giappone. Apolide come Amir Naderi – e un po’ come l’ultimo Woody Allen, diciamocelo – quel regista che ci ha fatto assaggiare come nessun altro il sapore della ciliegia e di cui era dato come irreversibilmente smarrito il tocco geniale, è tornato con un capolavoro di delicatezza (di ogni tipo: cromatica, registica, stilistica, verbale). Un teorema dialogico, la cinepresa sembra un termometro, esattezza aurea di scelta del punto di vista (Naderi, in Cut, ha mostrato il suo protagonista che abbraccia la lapide di Ozu; qui Kiarostami nasconde il suo omaggio tra le righe), tenuta cinematografica maestosa, che fa volare il tempo anche se gli ambienti essenziali del film sono tre: un bar, l’abitacolo di un’automobile, l’appartamento bellissimo di un professore universitario in pensione. Proprio questo professore, il signor Watanabe, contatta Akiko, studentessa che per pagare gli studi arrotonda “vendendo il suo charme”. Al fidanzato di lei, Watanabe fa credere di essere il nonno. Non pensate a Lolita, non c’entra nulla.

Come in Amour di Haneke, è nel finale il tocco di genio. Siamo al cospetto di registi che riproducono al cinema una sorta di sospensione che appartiene piuttosto al teatro, per riservare al momento topico la staffilata letale.

Tadashi Okuno, nel ruolo del professor Watanabe, finora è il più serio candidato alla Palma d’Oro, e minaccia la monumentale performance di Trintignant. Rin Takanashi (Akiko) è il canone di bellezza giapponese: fosse vivo Fidia, la andrebbe a scolpire nel marmo.

Barton Fink
(Elio Di Pace)

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