CANNES65: "Amour" e "The Hunt", il Cinema che si lascia amare

Non si sa se Nanni abbia il dente avvelenato con Michael Haneke. Nel 2001, vinse La stanza del figlio quando in concorso c’era anche La pianista, cui comunque vennero dati i premi per la recitazione. Qualche anno prima, nel 1997, presidente di giuria Isabelle Adjani e Moretti uno dei componenti insieme a Tim Burton, Paul Auster e Mike Leigh; si dice che Nanni si fosse opposto al conferimento di un premio a Funny Games. La Palma d’Oro, alla fine, fu un ex aequo per Imamura e Kiarostami. Sono voci che girano. Ma qui, a Cannes, le voci sono importanti. La palma a The Tree of Life, l’anno scorso, pure era una voce. Eppure…

In ogni caso, dopo averlo visto ieri, possiamo dire che Amour “move il sole e l’altre stelle”, come amava dire un nostro caro amico settecento anni fa.

Haneke si chiude in casa questa volta, dopo il sublime e inarrivabile capolavoro Il nastro bianco, en plein air e bianco e nero. George e Anne sono due insegnanti di musica in pensione, e ai ritmi del riposo di due anziani si adegua la regia geneticamente già placida e contemplativa del regista austriaco: camera fissa per la conversazione, steadycam discreta e distante per i momenti di transizione. Quando Anne viene colpita da ictus, sconvolgendo la routine della lettura condivisa del giornale e della catena di montaggio lava i piatti – asciuga i piatti, George deve sostenere uno sforzo fisico e psicologico di cui non sa bene se è capace. Anne non vuole il trattamento ospedaliero, e così George deve prendersi cura di lei certamente dandole da mangiare e trasportandola dalla sedia a rotelle al letto e viceversa, ma il lavoro è specialmente psicologico: George pretende che il loro rapporto vada avanti normalmente, ma non è possibile, e allora Haneke lancia dei durissimi segnali di avvertimento, suggerendo che una specie di degenerazione è in atto. E fa entrare un piccione dalla finestra, due volte.

L’impennata finale del film è il tocco da maestro. È il diabolico che sempre serpeggia nei film di Haneke. È il colpo sparato dal cacciatore dopo che ha osservato le abitudini della preda. Ma non è un cacciatore tribale, Haneke: quando giunge il momento, rimane lì, senza agguati, senza clamore, senza coreografie mortifere. Spara soltanto. E colpisce.

Darius Khondji, che è il collaboratore oggi stabile di Woody Allen, deroga al calore fotografico al sapore di creme brulé o di cappuccino e cala l’appartamento di George e Anne in una freddezza che non è quella banalmente ospedialiera. Immagino abbia più a che fare con il livore della morte, ma non ne sono sicuro. Su Jean Louis  Trintignant ed Emanuelle Riva (tre parole: Hiroshima mon amour, e chissà se torneremo a parlarne…) è difficile esprimersi. La loro recitazione, quella di due straordinari attori che portano il cinema impregnato in tutti i pori, trascende tutti i concetti legati all’immedesimazione. È piuttosto qualcosa che ha a che fare con la vita. Questa è gente che dà da mangiare all’obiettivo della macchina da presa. Bisogna solo stargli dietro.

Ho visto anche Jagten (tradotto The Hunt), di Thomas Vinterberg, il regista di Festen. L’assunto del film è semplice: siccome “i bambini non mentono mai”, un giovane insegnante di “jardin des enfants” viene gradualmente ostracizzato da una piccola comunità danese dopo l’infondata accusa della piccola Klara (figlia per altro del suo migliore amico), cui Lucas (il protagonista) avrebbe mostrato il “zizi”. Appurato che è impossibile ottenere la fiducia di alcun essere umano che non sia il figlio – lui è anche divorziato, ma il ragazzo gli vuole un bene dell’anima – Lucas prova a conservare la dignità dapprima con le buone maniere; poi, quando l’ostilità nei suoi confronti diventa aggressiva, cruenta, strategicamente terrificante, ripaga con la stessa moneta, trasformandosi in animale in mezzo agli altri animali.

È un film non particolarmente nuovo in nessun suo aspetto, e l’immediatezza dell’argomento spiana la strada a un dispiegamento abbastanza convenzionale degli eventi. Ma la regia di Vinterberg è agilissima nel mantenere il ritmo serrato per circa due ore, senza l’ombra di un calo di tensione neanche quando inserisce le immancabili scene interlocutorie dei sensi di colpa, degli screzi domestici, delle consolazioni sessuali. Mads Mikkelsen è gigantesco, granitico ma all’occorrenza paurosamente esplosivo, come piace tanto ai registi scandinavi contemporanei, che sono uno più bravo dell’altro. Il nostro Mads è uno degli attori preferiti di quel talento strepitoso che è Nicolas Winding Refn, è stato notato da Hollywood e ha fatto il cattivo in Casino Royale, era arrivato agli Oscar con Dopo il matrimonio di Susanne Bier. Altrove ho detto che è una rivelazione, ma sarebbe sbagliato, secondo me, trapiantarlo in cinematografie che non ha nel DNA. Mikkelsen è un nobilissimo animale che, nel suo habitat, non può fare nessun altro ruolo che quello del sovrano

Elio Di Pace

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