L'anima gemella

L'anima gemella (Sergio Rubini, 2004)

La magia dell’anima gemella – di Francesca Fichera.

Difficile far parlare l’oggettività quando a dialogare attraverso lo schermo è un universo di affetti atavici che richiamano antiche magie. L’anima gemella, sesto lungometraggio del regista italiano Sergio Rubini, è un esempio trascurato, passato in sordina nell’Italietta amica del rumore, di fine messinscena amorosa dedicata all’incantesimo dei sentimenti e a quello, meno intermittente, di un’umanità immersa nel lato selvatico della natura.

Il triangolo sì

Rubini è un puparo innamorato della terra natia, la Puglia, da lui trasformata in miracoloso sfondo per il suo teatrino di marionette e triangoli passionali. Di questi, due son gli estremi femminili, uno quello maschile: la luminosa, vibrante Valentina Cervi nei panni di Teresa, viziata e arrogante figlia dei potenti del luogo, che intende a tutti i costi rubare alla bella cugina Maddalena – un’insipida ma procace Violante Placido – l’amore e le attenzioni di Tonino (Michele Venitucci).

Le nozze combinate dalla famiglia della ragazza servono a poco: Tonino, sincero ascoltatore del cuore, abbandona Teresa sull’altare e fugge con Maddalena. La reietta, isterica e disperata, si rivolge allora alla fattucchiera del paese, madre del barbiere Angelantonio (Sergio Rubini himself), affinché risolva la questione ed esaudisca il suo desiderio con le arti magiche. Da lì, lasciandosi alle spalle le atmosfere cupe e grottesche iniziali, il racconto srotola il suo gomitolo lungo un incantevole, soleggiato, selvaggio percorso fatto di inseguimenti, soste notturne, tuffi nel mare, duelli, ritrovamenti.

Dalla Puglia con amore

Ne L’anima gemella la Puglia è protagonista, primadonna più nuda delle attrici: una Gallipoli spogliata dal coinvolgente susseguirsi di quadri ampi, panorami bagnati di luce, la cui esperienza si estende a tutti e cinque i sensi, tanto che alle narici sembra quasi arrivare l’odore d’erba bruciata dall’estate, e alle mani di sentire la leggera morbidezza dei soffioni, batuffoli  ammiccanti ai bordi delle mulattiere.

Il Sud è ritratto con sguardo infantile, sorridente compassione, lungi dalla dolorosa lucidità del futuro La terra (2006), ma non per questo manchevole di schiettezza, sincerità, senso critico. Colorita e funzionale è la rappresentazione degli autoctoni, meno riuscita quella delle figure “universalizzate” degli amanti: supera la prova soltanto la Cervi, sulle righe prima, fra le righe poi, bravissima a significare lo scambio d’anima conclusivo, quello che la renderà familiare agli occhi di Tonino.

Familiare è, qui, sinonimo di riconoscibile, e ne L’anima gemella di Rubini si riconosce il legame in ogni sua accezione: non solo attaccamento, non solo passione, ma soprattutto ricordo, rievocazione, dono di esalazioni marine e sognanti melodie d’altri tempi. La dolce eco di un mondo sommerso da riconquistare, al pari di un’anima che, fra le apparenze, si è smarrita.

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