FEFF14: Punch (Lee Han, 2011)

Punch, il bel colpo coreano del 14° Far East.

Hey You, Wan-deuk! urla Dong-jo, insegnante e vicino di casa di Do Wan-deuk. Lo grida talmente tante volte che il ragazzo lo interpreta come il suo soprannome con cui sarà ricordato nei giorni a venire.

Figlio di un gobbo che lavorava come ballerino in un cabaret insieme all’ingenuo Min-goo, si trova a vivere una serie difficoltà economiche in un quartiere povero, con strani vicini fastidiosi, senza una madre e con appunto Dong-joo, per la cui morte il ragazzo prega ogni volta che va in chiesa.

Non avendo amici il suo nemico è quanto di più simile a un amico Wan-deuk possa avere, non a caso i rapporti si stringeranno quando Dong-joo dirà di aver scoperto l’identità di sua madre.

Un originale dramma sportivo

Presentato come una sorta di dramma sportivo per via del ruolo del kick-boxing, sport a cui Wan-deuk si appassionerà, Punch è tutt’altro che la solita storia di un giovane di borgata che conosce il riscatto grazie al successo come atleta, cosa ben lungi dall’essere mostrata dal film del sud-coreano Han Lee.

Tratto dal libro di Kim Lyeo-ryung, è un racconto di crescita basato sui contrasti creati da uno dei classici modelli cinematografici, ovvero il rapporto tra un alunno e il suo insegnante, che come spesso capita è un uomo atipico, rude e, nonostante usi bacchette di legno per frustare i suoi studenti, molto comprensivo e umano.

Tutto si basa sul potere dei personaggi, su una caratterizzazione che rende quegli uomini, anche chi compare solo per poche scene, dei protagonisti di momenti indimenticabili per il calore che emanano.

La profondità è nei gesti

Al contrario di molti film occidentali dello stesso genere non c’è una ricerca costante del momento triste.

Manca il tentativo di commuovere lo spettatore se non con la delicatezza di semplici movimenti di macchina, ridotti all’osso per non rubare la scena al cast eccezionale composto in primis da Kim Yun-seok, attore noto in occidente per i suoi ruoli nei thriller di Na Hong-jin (The Chaser, The Yellow Sea), nella parte di Dong-joo e l’esordiente Ah In Yoo nel ruolo che dà il titolo al film (in originale Wan-deuk-i).

La bravura degli attori è la trave portante di Punch ed elemento principale della regia di Han Lee, basata in gran parte proprio sulle loro espressioni, sulla loro gestualità, al fine di non perdere nemmeno un istante di quella genuina recitazione che, unita agli ottimi dialoghi dello sceneggiatore Kim Dong-woo, crea un’alchimia rara tra l’uomo davanti e dietro la macchina da presa.

Home is where your heart is

All’interno di scenari poveri, strade strette e scure nella notte, case piccole stipate di persone e la scoperta di una madre filippina che si unisce al problema d’esser figlio d’un padre disabile – ma tutt’altro che stupido – Han Lee ci porta in un luogo dove lo spettatore del Far East Film Festival può sentirsi a casa.

I personaggi che vivono sullo schermo diventano familiari, ci chiamano come Dong-joo urla in continuazione Hey You, Wan-deuk! facendoci sentire dei compagni, divertendoci ed emozionandoci, come pochi film sono riusciti a fare fino a questa 14a edizione del festival di cinema asiatico.

Un punto in più per la (sud)Corea dopo la brillante apertura di Sunny.

Fausto Vernazzani

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