FEFF14: Song of Silence (Chen Zhuo, 2011)

di Francesca Fichera.

Jing, esile ragazzina sordomuta, attraversa paesaggi impressionisti di glaciale bellezza a bordo dell’imbarcazione dello zio materno, unico essere umano con il quale riesce a stabilire un contatto. Mei, immersa nei ritmi frenetici della città, canta la sua rabbia e il suo dolore per l’improbabile situazione famigliare di cui è vittima accompagnandosi con una chitarra. Una vitalità involuta, cui il mondo impedisce di esplodere, tiene insieme le due adolescenti protagoniste di Song Of Silence, opera prima dell’artista e pittore Chen Zhuo, che dipinge la sofferenza con colori freddi.

L’allegria è messa a tacere da una giovinezza e un’innocenza doppiamente infrante: quella di Jing, tanto diversa da sentirsi un pesce fuor d’acqua in senso letterale – sui pesci si accanisce perché ricordo di quella sola parte di sé che ha sfiorato il sogno, in compagnia dello zio – e quella di Mei, che conserva e sfrutta al massimo tutti e cinque i sensi ma la cui voce interiore è resa silente dall’implacabile susseguirsi delle delusioni più profonde. Intorno a loro orbitano personaggi che in quel mare nebbioso di amarezza affondano o fanno affondare: il padre di Jing, ossessionato dal desiderio – fino alla fine irrealizzato – di un figlio maschio, che si distanzia dal focolare domestico instaurando una relazione con la ribelle e molto più giovane Mei; lo zio di Jing, figura fuori da ogni tempo, che danza sulle barche – una scena di memorabile fascino – e scherza con l’elettricità pur di far sorridere la sua piccola compagna; le madri delle due ragazze, giocatrice d’azzardo quella di Mei, donna sola e ottusa quella di Jing, recanti sulle proprie spalle l’immenso peso di un’esistenza fatta d’ignavia.

Risuona il silenzio del titolo, alternandosi a rumori bruschi, dolenti come una fitta improvvisa; ma il montaggio prolisso e confuso finisce col diluire sino alla sublimazione ciò che, dalle prime inquadrature, sembrava racchiudere in sé la promessa di un poema estetico di originale fattura. Questo coro di solitudini inespresse trova nell’eccessiva meticolosità dell’impianto, della costruzione, la sua paradossale nota disarmonica, a dimostrazione del fatto che l’esattezza della forma è diretta conseguenza della padronanza del contenuto – e non l’inverso, come solitamente si crede. Forse all’esordiente Chen Zhuo serve il tempo di abbandonare gli algidi toni accademici per poter raggiungere il cuore tiepido del vero.

 

3 pensieri su “FEFF14: Song of Silence (Chen Zhuo, 2011)

  1. Interessante commentoi, mi ha colpito molto l’analisi sull’esattezza della forma come diretta conseguenza della padronanza del contenuto.

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