FEFF14: Romancing in thin air (Johnnie To, 2012)

di Fausto Vernazzani.

Grande star del Far East Film Festival 14 è il vincitore del Gelso d’Oro alla Carriera Johnnie To, pluri-premiato regista di Hong Kong che non ha bisogno di presentazioni (The Mission, Election, PTU sono titoli che parlano per lui). Presente in più vesti a questa edizione del festival udinese, è stato finalmente protagonista nei panni di autore e non più di ambasciatore e promotore della Fresh Wave regalandoci la premiere europea della sua nuova love story cinematografica Romancing In Thin Air. Chi ricorda sa bene che To non è regista nuovo alle commedie, tanto meno ai film sentimentali, anche se ha raggiunto la fama internazionale i suoi thriller d’ambientazione underground.

Dopo aver portato il romanticismo pop di Don’t Go Breaking My Heart al FEFF13, ritorna con un’opera priva dei colori sgargianti e del brio che avevano caratterizzato quel triangolo amoroso per scendere nell’ambito del melodramma all’antica, riportando sullo schermo due attori che sono vecchie conoscenze della sua filmografia: Louis Koo è Michael Lau, un attore di fama nazionale che sta per sposarsi con la sua collega Yuanyuan (Gao YuanYuan) finché non viene abbandonato all’altare; nella provincia nordica dello Yunnan c’è invece Sammi Cheng nella parte di Sue, una donna che gestisce un hotel in attesa del ritorno di suo marito da tempo disperso nei boschi d’alta quota. Michael Lau si dà all’alcool e nella sua fuga si trova catapultato nelle camere dell’hotel di Sue, scatenando l’entusiasmo delle sue fan locali e in seguito …

Le sorprese nel finale non mancheranno, To anche se non centra il bersaglio non è uomo da darsi al miele senza farlo scorrere prima su di un cucchiaino d’argento, regalando un finale meta-cinematografico che ci racconta di come la magia del cinema possa salvare anche la vita dei personaggi nati all’interno del cinema stesso. Cinema che è protagonista non solo perché tale, ma anche perché la trama stessa (scritta dal collaboratore abituale Wa Ka-fai) sembra voler essere un omaggio a quelle situazioni un po’ surreali e da sogno tipiche degli anni del cinema classico statunitense. Pellicole in cui grandi divi facevano sciogliere i loro fan per l’amore di un immagine bidimensionale che talvolta all’interno dei film si calavano nel ruolo di loro stessi o di grandi scapoli ambitissimi. C’è molto di questo cinema, c’è molto dell’amore per il sentimento che vive solo nei film, ma che spesso nasce da qualcosa che vive nelle sale cinematografiche per poi uscirne fuori come un’alleniana Rosa purpurea del Cairo seppur con un finale diverso che può portare in alta quota.

Le buone intenzioni non sono però sufficienti a salvare un film che va lento come il camioncino di cui la protagonista  è ossessionata, immergendosi in un’atmosfera da puro cinema commerciale fatto per attirare gente nelle sale con una storia d’amore d’autore che si allontana in toto dagli scenari degradati dei film che l’hanno reso importante, nascondendosi letteralmente sulle montagne come se volesse dimostrare d’esser capace di fare anche altro, ma calando in una piattezza registica che fa lentamente assottigliare gli occhi dello spettatore.

 

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