FEFF14: You are the apple of my eye (Giddens, 2011)

di Fausto Vernazzani.

You are the apple of my eye: chi ha bazzicato la rete in questi ultimi mesi non può non aver letto questo titolo nelle varie liste dei film orientali di maggior interesse dell’anno appena passato, dettaglio che porta alla nascita di aspettative che crescono e crescono con il prolungarsi dell’attesa per una proiezione italica. Il Far East Film Festival ha colmato questo vuoto, ma l’opera prima da regista dello scrittore, autore di canzoni e blogger taiwanese Giddens, presentata in pompa magna dagli organizzatori del festival, va oltre la delusione, colpendo dritto allo stomaco grazie ad una deriva drammatico adolescenziale che a lungo andare diventa una vera e propria tortura cinese.

Tratto dalla novella omonima dello stesso Giddens, You are the apple of my eye parla di nient’altro che di una fetta di vita dell’autore, quegli anni di transizione in cui da ragazzi si è costretti a diventare adulti, scegliere una strada e cominciare a capire cosa fare della vita. Ko Cheng-tung invade i panni d Giddens, sformandone il fisico e trasformandolo da un piccoletto occhialuto in un ragazzo alto e col fascino del ribelle (che Giddens soffra di narcisismo è evidente visto che della sua vita ne ha fatto un libro e un film). A contrapporsi al protagonista c’è una serie di ragazzi che risponde alla tipica serie di stereotipi che accompagnano le spalle di chi è designato a rubare la scena: abbiamo così il grasso, il tipo degli scherzi, lo sfigato e il tamarro cool.

Giddens vince al botteghino taiwanese con un film che inizialmente ha uno sprint che prende lo spettatore, lo fa innamorare di quelle musiche allegre e vincitrici delle vette delle classifiche del pop di Taipei, tanto premiate e pubblicizzate, ma poi presenti in un numero così esiguo da far credere al pubblico che la produzione musicale taiwanese si limita a sì e no due pezzi all’anno. Lo illude con una scena di masturbazione pubblica che trae ispirazione dal genere manga in maniera palese e con ottimi risultati, ma è uno dei pochi momenti degni, rotti dalla scarsa simpatia della co-protagonista Michelle Chen che piano piano prende sempre più spazio come “mela” del giovane Giddens cinematografico.

Nome in codice: pesantezza, così avrebbero dovuto sottotitolare il film, le cui note atrocemente vicine a concetti mocciani, a noi italiani ben note, fanno tremare – anche se la cifra stilistica è imparagonabile – fino a che le convulsioni per il fastidio crescente non si trasformano in uno stato comatoso permanente il cui sonno sarà tormentato da un finale insopportabile: un montaggio di scene precedenti che si ripete per lunghi minuti interminabili, facendo un sunto della precedente inutile ora senza aggiungere nulla di nuovo alla storia. Si urla “I fuck you” studiando inglese fuori ad un balcone, parole dell’attore e (poi) regista, una scena divertente che però potrebbe rappresentare un preambolo a quello che il vero Giddens sta operando nei nostri confronti di uomini seduti a sopportare, presi e metaforicamente “fregati” (nella sua accezione volgare) da un’operazione commerciale ben orchestrata.

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