FEFF14: Sunny (Kang Hyung-chul, 2011)

di Fausto Vernazzani.

Far East Film Festival. Dopo averne parlato tanto finalmente inizia e si apre con una commedia brillante, vivace, colorata, tutti aggettivi che possono essere utilizzati per descrivere luoghi opposti a Udine. Comincia tutto con un diluvio universale, attese spasmodiche e dragoni che vagano all’interno di una hall piena di persone bagnate e umidicce che non aspettano altro che cominciare un’avventura cinematografica made in Asia. Ad aprire è un colosso dei botteghini della Corea del Sud, ovvero Kang Hyung-chul regista del successo del 2008 Scandal Makers e di questo Sunny, un’opera solare, per voler usare un aggettivo che più banale non si può, il quale replica il guadagno del precedente superando i colossi da Oscar come The Front Line oppure il primo 3D coreano Sector 7.

Iniziò in Scandal Makers con una giornata qualunque in cui ci si alza dal letto, si infilano i piedi nelle pantofole e si ascolta il CD giusto per dare la carica. Kang Hyung-chul decide di iniziare così anche questo film, creare un’aura di familiarità cosicché chi ha amato la storia del nonno trentenne, possa nuovamente sentirsi in confidenza con il personaggio, una persona che come lui si alza la mattina e deve lavarsi e far colazione. Time after Time fa da colonna sonora per una mattinata vivace, ma allo stesso tempo piatta, quella di Na-mi, donna sui quaranta, sposata e con una figlia, con cui ha un rapporto morto come la sua personalità. In ospedale però avviene la svolta, mentre sua madre con un braccio rotto guarda soap opere coreane con dei close up da ottovolante, scopre che la sua vecchia amica di scuola Chun-hwa è in una stanza privata a “subire” le cure per un cancro che le lascia al massimo due mesi di vita.

È dunque il momento di cambiare CD, anzi, vinile, perché l’ultimo desiderio di Chun-hwa è quello di riunire il gruppo delle sette ragazze che si faceva chiamare Sunny persosi durante i lontani giorni della scuola: gli anni ’80. Se c’è un decennio che può definirsi caratteristico è proprio quello di Cindy Lauper e della sua Girls just wanna have fun, dei brand alla moda e dei jeans a vita alta, ma anche del tempo che è ormai andato e si fa sentire sui visi di queste ragazze ormai donne di cui vediamo il tempo di ieri e di oggi. Mentre Na-mi cerca le sue vecchie amiche, nella sua mente scorrono i ricordi di un tempo che si è poi ripetuto, perché tutto si è dimostrato essere un ciclo in cui  i sogni non sono realtà (una confutazione da parte del regista del verso dreams are my reality di Richard Sanderson, che spesso sentirete durante il film).

Tra numerose situazioni divertenti come la guerra tra i rivoluzionari e l’esercito della dittatura sud-coreana, a cui in contemporanea si svolge anche la “battaglia” tra i clan nemici delle ragazze a ritmo di un allegro brano di disco-music, Kang Hyung-chul si muove con la sua macchina da presa per raccontare con estrema sincerità una vicenda che ha del tragico e del comico in ogni angolo. Lo fa con un ritmo degno di un regista da videoclip,  differenza che non perde mai di vista la narrazione, né il sentimento con cui una storia simile necessita di essere narrata. Unisce cinema e musica in un ballo di rara simpatia che fa da perfetto sostegno alle Sunny le quali, in fin dei conti, non hanno nulla di triste, ma solo la pienezza di una vita vissuta in linea col tempo, contro i tempi e sottomessa al tempo grazie al potere dei sogni che spesso, come si vedrà nel corso del film, non saranno i migliori amici delle nostre protagoniste.

Insomma la Corea non è terra di soli thriller ed horror, ma anche di commedie, e Kang Hyung-chul potrebbe essere il leader in questo genere nella penisola coreana, un filone però che non si limita alla risata e che di tanto in tanto ci ricorda che è tempo di morire, come disse Rutger Hauer in Blade Runner. La differenza è che qui la morte avviene alla luce del sole, una luce calda e confortante come l’amicizia di cui il film è predicatore.

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