Son de mar

Son de mar (Bigas Luna, 2001)

Son de mar: l’amore e il mare.

La prima volta che mi capitò di vedere Son de mar di Bigas Luna fu per caso, e proprio nel bel mezzo di uno degli amplessi che ne cadenza il racconto.

Checché ne possiate pensare, ciò che inaspettatamente mi attrasse non fu tanto l’abbastanza scontato erotismo della scena, né la bellezza (incontestabile) del suo principale interprete maschile Jordi Mollà (l’Ulises dagli occhi color cielo).

A lasciarmi interdetta furono le parole lasciate scorrere fra ansimi e risate, un entusiasmo sessuale spezzato e, nel contempo, accresciuto dagli intramontabili versi descriventi l’atroce morte di Laocoonte e dei suoi figli, puniti dagli dei attraverso le spire di due terribili serpenti marini.

Una volta non basta

Miti greco-latini alla rinfusa, mescolati con passioni isteriche dal vago sapore di tragedia, fanno di questo ennesimo erotico del regista catalano una prova del tutto sui generis.

La seconda visione del film – stavolta completa – permette di addentrarsi nei corridoi della delusione, non senza però conservare almeno in parte quello strano senso di fascinazione che pervade l’esperienza del primo sguardo.

L’amore che unisce l’insegnante Ulises alla giovane e desiderabile Martina (Leonor Watling) è senza tempo, rigurgito di mille luoghi comuni letterari e cinematografici; si fa corpo e anima, ma anche feticcio – un paio di mutande stese al sole, squallido riflesso di una pulsione che si scontra di prepotenza con l’energia aulica contenuta nei poemi classici.

Acque torbide

Il protagonista porta quel nome per ricalcare il mito: la sua scomparsa in mare, che convince tutti, moglie compresa, della sua morte, è in realtà un viaggio tra i flutti in tempesta dei sentimenti.

Ho attraversato tutti gli oceani del mondo per capire che non posso vivere senza di te“, dichiara Ulises ritornando dalla sua Penelope – che intanto ha disfatto la tela del lutto ripiegando(la) sulla scelta più facile, ovvero il suo antico pretendente dai molti quattrini.

Il feticismo sentimentale è così portato al limite: Martina chiude il desiderio in un appartamento segreto, lo tiene in ostaggio, lo visita, lo nutre come un cane in catene, quasi a volerlo punire per l’estenuante attesa.

Catabasi e anabasi

Il finale è predetto dal poema, con dei coccodrilli al posto dei serpenti e un ridicolo avvicendarsi degli eventi che poco ha a che fare con l’imponenza dell’Eneide e dell’Odissea.

Tuttavia a sorprendere v’è un sottile richiamo poetico, un’angoscia trasmessa dal cielo plumbeo magicamente fuso col mare, e quel vivido intreccio di corpi nudi e morti che si rianimano grazie alla scintilla dell’eros, sorridendosi occhi negli occhi.

Forse è a questo che il Morandini ha donato tre stelle.

Francesca Fichera

Voto: 3/5

 

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