Dream Home (Pang Ho-cheung, 2010)

di Fausto Vernazzani.

Suo nonno era un marinaio. Tutti i giorni scendeva di casa e camminava fino al mare lì vicino, mare in cui ha lavorato per tutta la vita e da cui non riesce più a staccarsi. Il suo amichetto era Jimmy, un bambino che viveva dall’altra parte della strada e con cui parlava con filo e bicchieri. Sua madre e suo padre sudavano per mantenere per la casa. I serpenti invece non erano suoi, Cheng quelli non li conosceva, ma gli scagnozzi degli speculatori edilizi li raccoglievano dal mare per gettarli nelle case del circondario. Tutti dovevano andarsene, un nuovo quartiere doveva essere ricostruito una volta che quelle case fossero state abbandonate. Non importa quante preghiere facesse Cheng, il mare se ne andò, Jimmy anche, e si trasferirono in un posto senza vista sull’oceano.

Oggi, tempo presente, Pang Ho-cheung ci racconta in parallelo della vita di Cheng (Josie Ho), una donna che fa due lavori part time per guadagnare abbastanza da potersi permettere una casa con vista sul mare, come ha sempre desiderato, ma in questo oggi frazionato ci sono varie cose che accadono: c’è un oggi di ieri in cui il padre è malato e le cui cure costano fin troppi soldi; c’è un oggi di questo esatto minuto in cui una donna che bussa alle porte di un palazzo di lusso commette una strage. Questa è la storia di Dream Home del succitato regista di Hong Kong – città dove le vicende sono ambientate – in cui l’edilizia la fa da padrone, offrendo una critica sull’eccessivo costo delle case nella grande città, costo improponibile per quasi la totalità della popolazione e che porta la nostra protagonista a far di tutto pur di guadagnare “qualche dollaro in più” e far calare il prezzo della casa dei suoi sogni.

I sogni di Cheng diventeranno realtà, non importa come, ma il prezzo a pagarlo è lo spettatore che rimarrà sicuramente shockato dalla spirale di violenza e crudeltà in cui il film si spinge sempre più, raggiungendo vette surreali che sembrano voler avere più un risvolto sarcastico che quello della critica aspra. Arrivati a un certo punto il sangue sgorgherà nelle maniere più coreografiche possibili, le viscere diventeranno un elemento scenografico e non sarà dimenticato nessun tipo di infamia che si possa commettere nei confronti di un essere umano. Pang Ho-cheung gioca col coltello, lo usa come penna per scrivere ciò che pensa dei provvedimenti legislativi che sembrano ispirarlo particolarmente come in Love in a Puff, le cui situazioni sono anche qui riprese, tanto da offrire una soggettiva di un posacenere in strada.

La donna comune incarnata da Josie Ho è il personaggio perfetto. Immedesimarsi è quasi impossibile per gli estremi di perversione toccati da questa creatura, difficile persino da definire umana più ci si avvicina alla conclusione tinta di rosso sangue, soprattutto grazie ad un finale aperto (il suo presente è il 2008) che lascia trasparire come una sete di sangue possa rimanere insoddisfatta se il proprio sogno non è raggiunto, e la crisi immobiliare che colpì gli USA pochi anni fa è l’incentivo giusto. Dream Home è uno slasher atipico, ma resta tale poiché è l’unica classificazione che si può attribuire all’insieme dei quadri realizzati dall’ottimo direttore della fotografia Yu Lik-wai, coloratissimi, ma in cui con un tocco autoriale tutto si sporca di sangue e qualunque altro liquido corporeo come il genere richiede. Consigliatissimo per chi ha uno stomaco forte e, credetemi, quando dico forte, voglio dire d’acciaio.

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