Sex and the City: quando l'amore è tragico

Tragico è bello? Una riflessione

Tragico fa rima con romantico… forse – di Francesca Fichera.

Era l’ottantunesima edizione degli Academy Awards, Fran sempre in compagnia della tv, a metà fra l’essere nerd e la sfiga, e la cerimonia procedeva spedita verso l’alba. Ad un certo punto, sulle note di Lovers in Japan dei Coldplay, apparve ed iniziò a scorrere un breve montaggio che tributava i momenti migliori del cinema sentimentale dell’anno appena trascorso – il 2008. L’unica sua versione che riesco a trovare è questa, a registrarla credo (TEMO) sia stata una fan di Twilight, dati i gridolini in risposta a ciascuna apparizione di Robert Pattinson; siete liberi di segnalarmi un link migliore, qualora esistesse, anzi, siete pregati di farlo.

Ma insomma, perché ve ne parlo? Perché a quel tempo il termine “Romance” apparteneva a una categoria distante ed ideale, costruita, appunto, assemblando gli splendidi pezzi di mosaico dell’inesauribile arte cinematografica.  Se ora mi appare diversa non starò di certo qui a specificare in che modo e perché. Dico soltanto che quei due minuti di amore in pellicola mi diedero i brividi. Fu l’amplificazione di ogni battito che mi aveva scosso durante la visione singola dei film citati: Revolutionary Road (Kate Winslet quando sibila “I hate you” non è fantastica?), Wall-E e le sue corrispondenze di robotici sensi, e poi Dustin Hoffman ed Emma ThompsonMickey RourkeMarisa Tomei

Quello era stato anche l’anno di Sex and The City, attesissima continuazione sul grande schermo dell’omonima serie cult televisiva. Molti – e soprattutto molte fan – a suo tempo ebbero di che lamentarsi: il film non teneva in vita lo spirito della serie a episodi, cambiava addirittura le carte in tavola, l’unica ragione per guardarlo era la simpatia di Samantha Jones (Kim Cattrall), e bla bla bla. Nulla di più vero. Del prodotto HBO il regista Michael Patrick King ritagliava i personaggi principali appiccicandoli come figurine su uno sfondo del tutto diverso, privandoli di quella leggerezza che ha garantito il successo seriale in tv vivacizzando anche i passaggi tematici più cupi e spinosi. Per l’appunto, a questa operazione di “appesantimento” sopravviveva soltanto la mitica Samantha, una costante anche nel sequel cinematografico Sex and The City 2, del 2010.

Così il character più greve per antonomasia, vero punto di snodo della serialità di SATC, ossia la giornalista/narratrice/cercatrice d’Amore Carrie Bradshaw (Sarah Jessica Parker), diventa una vera e propria maschera della tragedia. Al cinema stetti male per lei quando – come mostra anche il suddetto video – mollata sull’altare da Mr. Big, l’uomo più difficile della Terra, la si vede corrergli incontro nel bel mezzo di NY per spiaccicargli il bouquet sulla testa, tra fiumi di lacrime e sguardi attoniti. Una scena che ha una certa estetica. La fotografia di John Thomas le regala iridescenza e un certo fashion appeal. Il montaggio la isola dal resto della narrazione. Si può dire, ed è un paradosso, che sia uno dei (pochi) momenti d’oro della pellicola, sebbene fra i più tristi. Mi chiedo perché e vi rigiro la domanda.  

Perché succede, spesso o talvolta, che il Cinema vibri e faccia vibrare attraverso il dolore: rappresentato, interpretato, richiamato? C’è qualcosa di tragicamente catartico nell’ultima colazione condivisa di Leo e Kate nel desolante Revolutionary Road di Sam Mendes? Nick e Norah (Nick e Norah: tutto accadde in una notte) devono per forza litigare affinché il finale del film sia più dolce? L’amore senza amaro non è chiaro? Senza alternanza non c’è costanza?

Sono entrata troppo nella parte di Carrie, probabilmente. Ma fateci caso, a quella fitta di “sublime dolore” (cit.), di ricercata commozione che il Cinema e i sentimenti, mescolandosi assieme, riescono a donare. Tanto, per fortuna, alla fine è come in Wall-E o come nelle conclusioni chapliniane: c’è qualcosa di spontaneo e naturale, in tutto questo, e nella natura v’è necessità.

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