This Must Be The Place

This Must Be The Place (Paolo Sorrentino, 2011)

This Must Be the Place: fenomenologia di un capolavoro a priori – di Marco Duse.

This Must Be the Place di Paolo Sorrentino fa parte di quella categoria di film che potremmo definire “capolavori a priori”. In molti tra critici, spettatori e spettatori-che-si-improvvisano-critici, considerano il cinema non un’arte ma una scienza e si illudono di poter determinare il successo (cioè la buona riuscita) di un film prima ancora di visionarlo, semplicemente analizzando gli elementi che lo compongono.

Il film si riduce dunque ad un’operazione matematica (nemmeno troppo complessa: una semplice addizione) dal risultato prevedibile e, nel caso di This Must Be the Place, aprioristicamente positivo.

Gli addendi con cui Sorrentino dà il via alla sua operazione-film erano noti a tutti prima ancora che il film fosse ultimato, prima che entrasse in concorso a Cannes, prima delle locandine e del trailer e prima, va da sé, dell’uscita in sala.

Tali addendi sono: lo stesso Sorrentino, a cui è stato attribuito lo status di Autore (del quale lui non riuscirà mai a sbarazzarsi, e noi nemmeno). Di nuovo Sorrentino sbarcato in America, come se girare un film oltreoceano fosse per forza di cose sinonimo di promozione meritocratica, di avanzamento di grado. Sean Penn, assurto al ruolo di Grande Attore per cui ogni sua interpretazione è sempre “unica, intensa, straordinaria” (faccio parte del Fronte di Liberazione di Sean Penn: anche lui ha diritto a recitare male, ogni tanto). 

La musica rock, che è sempre trendy. L’Olocausto, ancora più trendy. Il titolo rubato ad una vecchia canzone (abitudine deleteria che andrebbe vietata per legge, specialmente in Italia), che dà la stura ad adolescenziali nostalgie. Il road movie che, chissà perché, dev’essere sempre metafora di un percorso di ricerca interiore. Per gli alchimisti del cinema di cui sopra, dati questi presupposti, This Must Be the Place non può che essere un capolavoro, la pietra filosofale del cinema (italiano).

Una scienza inesatta

Finché siamo nel campo delle ipotesi, tutto è lecito. Ma ciò che sorprende davvero è che questi matematici impertinenti ed impenitenti non arretrano nemmeno davanti alla prova provata, alla dimostrazione plateale che il loro teorema era tutto sbagliato. This Must Be the Place, per tante ragioni, non è un buon film ed è anzi uno di quei casi, di cui la Storia del Cinema è piena, in cui 1+1+1 fa solo 1, se non addirittura 0.

Pur di non ammettere che il film li ha delusi, pur di non ritrattare le proprie posizioni, ecco che critici e spettatori scomodano presunti predecessori o riferimenti culturali “alti” che ad altro non servono se non ad improsciuttarsi gli occhi e poter così ignorare la noia, l’abbandono e il niente che sono la malattia di questo film.

La somma è uguale a zero

Il rock, innanzitutto: in This Must Be the Place il rock non è che un pretesto per travestire Sean Penn da Robert Smith dei Cure. Il risultato, però, è una versione parrocchiale del Frank-N-Furter di The Rocky Horror Picture Show, con tanto di andazzo da frocio socialmente accettabile (perché Cheyenne, sospiro di sollievo, è etero).

Di rock in questo film non c’è nulla: non una canzone di Cheyenne, non le pose da rockstar (Cheyenne non fuma, figuriamoci se si fa di qualcosa), nemmeno un briciolo di maledettismo. C’è solo David Byrne nella parte di se stesso, la cui presenza nulla dice se non che Sorrentino è riuscito in qualche modo ad amicarselo (e a farsi sganciare i diritti del brano dei Talking Heads che dà il titolo al film).

Il passato rockettaro non è determinante per il protagonista: Cheyenne potrebbe essere un pittore in crisi d’ispirazione, un romanziere col blocco dello scrittore, un idraulico in pensione, un alpinista alle Hawaii… Il suo senso di inadeguatezza e la sua depressione non dipendono dai suoi trascorsi artistici, quindi tutta questa insistenza sul suo curriculum di musicista che “ha cantato anche con Mick Jagger” è piuttosto ingiustificata.

Sull’uso puramente strumentale della Shoah non voglio nemmeno dilungarmi: ne hanno parlato in tanti altrove e, grazie al cielo, è uno scivolone di gusto che nemmeno gli improsciuttati sono riusciti ad ignorare. 

Reincarnazioni

Oltre al non-rock ci sono, come abbiamo visto, altri riferimenti culturali tirati per i capelli: Frances McDormand, ad esempio, è lì per incarnare lo spirito del cinema dei Coen. Il suo personaggio è proseguimento ideale della Marge di Fargo, film richiamato anche dalla distesa di neve che appare nel finale. Dai Coen, Sorrentino preleva l’attrice ed alcune immagini iconiche, tralasciando tutto il resto (la rarefazione densa, il passo spietato, l’arguzia della messa in scena).

Allo stesso modo, Harry Dean Stanton rimanda al Wenders di Paris, Texas e David Byrne ancora una volta a se stesso, ma al se stesso regista di True Stories. Vogliamo metterci anche un po’ di Antonioni? O il David Lynch di Una storia vera? Da qui al fare un discorso sul genere il passo è breve: evocati i Santi protettori, Sorrentino si affida alle convenzioni del road movie. Ma This Must Be the Place non è un discorso sul genere: è un bignami di ciò che Sorrentino ha capito del road movie, cioè non un granché. 

Alla ricerca di Cheyenne?

A proposito del genere come luogo della messa in scena della ricerca interiore: Cheyenne afferma di non essere alla ricerca di sé. La battuta vorrebbe forse essere ironica e sostenere il contrario di quanto detto (“Sono in viaggio per riconnettermi con le mie radici culturali e familiari e quindi ritrovare la mia identità”) ma finisce col suonare tragicamente vera.

Mandato dal suo autore a pascolare in giro per gli Stati Uniti, Cheyenne nel suo peregrinare non afferma sé ma il vuoto della struttura che ha alle spalle, ossia la sceneggiatura: episodi irrelati, personaggi “Idraulico Liquido” (cioè quelli che scompaiono dopo aver sbloccato uno stallo di scrittura), battute banali spacciate per massime esistenzialiste, una sostanziale inverosimiglianza di fondo… E un protagonista lasciato allo stato brado, senza profondità (verticale) né arco evolutivo (orizzontale) se non quello, prevedibile e tutto sommato moralista, che lo porta a disdegnare trucco e parrucco darkettoni a favore di un anonimo look casual (che dovrebbe veicolare, non si capisce perché, il suo vero io).

Vuoto di senso, senso di vuoto

L’incedere meditabondo di This Must Be the Place nasconde un vuoto cosmico: non sempre lentezza è sinonimo di pregnanza né la rarefazione porta necessariamente con sé la poesia. E non bastano i paesaggi alla Hopper o la dislocazione pop-surrealista di oggettoni magrittiani (il pistacchio gigante, la bottiglia gigante…): è un’iconografia ormai logora, da sussidiario di Storia dell’Arte, svuotata di senso da decenni di abuso citazionista.

Il passo estenuante del film, nel quale non succede nulla perché nulla ha davvero importanza, non è che uno specchietto per quelle allodole che scambiano il tedio per densità (se il film è noioso allora vuol dire che non è puro intrattenimento, quindi dev’essere per forza pregno di significati, anche perché è un film d’autore).

Va riscontrata una beffarda coerenza fra il contenuto del film e la sua forma: mi riferisco ai complessi movimenti di macchina architettati da Sorrentino e Bigazzi e che sono, per i prosciuttòculi, la vera cifra artistica di This Must Be the Place.

Non c’è nessuna ragione, né narrativa né estetica né (meta)testuale (né, conseguentemente, cinematografica), per cui la macchina da presa debba compiere travelling virtuosi ed infiniti, infilarsi sotto un camion cisterna, posarsi sui personaggi calando dall’alto, intromettersi in una scena di dialogo (la forma che prende il sopravvento sul contenuto) passando in mezzo ai personaggi e piegandosi a novanta (…) per finire con l’inquadrare cosa? Niente, se non l’intelaiatura di una vetrata che va a sezionare lo schermo, in un gratuito slancio formalista. Questi movimenti di macchina ostentati e vuoti sono segno dell’intero film: non affermano nulla se non se stessi, non portano a nulla se non all’autocompiacimento. È un mostrare senza (saper) dire, senza significare.

In calcio d’angolo…

Eppure, per dare a Paolo quel che è di Paolo (e a Umberto Contarello, co-sceneggiatore, quel che è di Umberto), This Must Be the Place presenta, e purtroppo non sviluppa, almeno un tema interessante: quello del passaggio generazionale, del rapporto padre-figlio.

Un tema che investe tutti i personaggi: sulla paternità/maternità e la filiazione effettive o surrogate si basano tutti i rapporti di coppia (in senso lato) presenti nel film. Cheyenne ritrova dopo trent’anni, e troppo tardi, il padre – un padre che non ha mai compreso a fondo, non avendo avuto figli. Cheyenne dunque non è padre ma fa da padre ad un’adolescente, Mary (interpretata da Eve Hewson, figlia di Bono degli U2 – un’altra scheggia referenziale precipitata nel film), la quale a sua volta ha una madre che attende affranta alla finestra il ritorno di un figlio scomparso.

Lungo la strada, Cheyenne incontra Rachel, madre single di Tommy, un bambino problematico convinto, data la tenera età, che This Must Be the Place sia un brano degli Arcade Fire (le cover, figlie dei brani originali, soppiantano i padri in quanto appartenenti ad un’altra generazione). Il gap generazionale, la filiazionie, l’eredità culturale, le trasformazioni che questa subisce nel passaggio da una generazione all’altra: forse è questo il cuore che batte in This Must Be the Place.

Ma si sa, nel vuoto sottovuoto nessuno può sentirti pulsare.


P.S.: siccome mi hanno spiegato che non si può parlare male di Sean Penn, allora mettiamola così: in This Must Be the Place, Sean Penn è “così bravo” da risultare pessimo. Firmato: Fronte di Liberazione di Sean Penn.

[Ringrazio Luca Bandirali e Enrico Terrone per il loro articolo Il bisogno dell’autore. Paolo Sorrentino come oggetto sociale, pubblicato il 7 novembre 2011 su www.alfabeta2.it]

Un pensiero su “This Must Be The Place (Paolo Sorrentino, 2011)

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