La Passione di Frannie per quel gibbone di Mel

di Francesca Fichera.

In prossimità delle vacanze pasquali la mia già provata memoria mi riconduce a una notte buia e tempestosa di pochi anni fa, quando la televisione a pagamento conosceva ancora il senso dell’alternanza e non mandava programmazioni in loop: quella sera, classico momento del “non-ho-un-c***o-da-fa’-quindi-accendo-la-tv”, mi capitò ‘fra le mani’ La passione di Cristo di Mel Gibson. E ciò mi spinge, ancora adesso, a distanza di tempo, a dire: GRAZIE, Mel. Per aver traumatizzato il mio immaginario erotico escludendone per l’eternità quella statua greca di Jim Caviezel, ridotto a cibo tarocco per cani; per avermi conferito doti e movenze di anguilla sulla sedia quando ho visto strane e impensabili fruste da tortura staccare pezzi di carne manco che al banco della trippa, mentre le spine dell’arcinota corona penetravano nel cervello del – è il caso di dirlo – povero Cristo senza, tuttavia, riuscire a ucciderlo. Per non parlare dell’occhio cavato dai corvi al cattivo ladrone. E della figlia di Celentano. Poi criticano se uno impreca. Leggerezze a parte, e con tutto il rispetto da credente non praticante che io possa avere, e forse proprio per questo: ma ce n’era davvero bisogno? Domanda retorica, è chiaro. Però qualcuno ha veramente detto che un film del genere funge da perfetto veicolo del terribile calvario di Gesù di Nazareth. Che suona un po’ come fare pat-pat sulla spalla di qualcuno e assicurargli che non è sadomasochismo o morbosità, ma semplice curiosità lasciata libera a galoppare, finanche con nobili intenti.

Sinceramente, CHE SCHIFO. Giustificare palesi operazioni commerciali di bassa lega con un pretesto così smorto? Fin dai fasti di Braveheart, credo non sia contestabile la tendenza al sadismo del gibbone semi-australiano: lo stesso che mi consegnò come trauma l’impossibile amore omosessuale di Edoardo II per il suo amico, che il re e padre, nel film, getta dalla finestra senza tanti complimenti, regalando alla storia del cinema uno dei più  tragici esempi di “forever alone”. Di fronte a questo passano in secondo piano narici squartate, teste volanti, pance spremute, nonché la leggendaria sequenza della tortura sul patibolo – che la sottoscritta ha impiegato una decina d’anni a capire, condizionata com’era dalla fantasia gibsoniana era convinta si trattasse di un’evirazione, mentre il mimo dei nani a inizio scena spiegava il tutto in maniera più che eloquente.

Eppure Braveheart rimane uno dei film che la vostra Frannie ha ancora il piacere di riguardare. La passione di Cristo: giammai. Il primo ha di sicuro qualcosa in più rispetto al secondo: di certo ha tanto compiacimento in meno, e su questo non ci piove. E di tale godimento dell’orrore che vende, al di fuori però del potere metaforico intrinseco al genere horror propriamente detto, si ritrova la continuazione nel chiacchieratissimo Apocalypto. Che Frannie non ha mai avuto il coraggio di vedere, e forse è una fortuna, visto che Wikipedia descrive alcune sue scene nei seguenti termini:

                    “violenza e immagini disturbanti, spesso ai limiti del gore

Ma sbaglio o stiamo parlando di film storici e/o in costume (fra l’altro non esattamente fedeli ai documenti, ma vabbene…)? Che la Storia rechi in sé violenza, non è una novità. Che palle, Mel. Perché insisti tanto? Perché strabuzzi gli occhi e ridacchi dalla goduria nel dire che c’è il sole in cielo? E perché per dirlo disegni tante fiamme attorno? Non faceva cosa migliore Fritz Lang, nel suo sempiterno M, annodandoci le viscere con un palloncino impigliato nei fili dell’alta tensione e una palla che rotola via? Non per fare retorica sulla retorica, eh. Tanto ho dalla mia l’adorazione estrema per Stephen King, quindi nessuno può accusarmi di essere di parte quando dico che rispetto all’evidenza efferata è sempre preferibile una discreta ricerca della suggestione. E se proprio si vuol far rumore… che non lo si spacci per musica sperimentale. Non so se mi spiego.

Detto ciò, con poco o molto senso, buona PACCA

4 pensieri su “La Passione di Frannie per quel gibbone di Mel

    1. …soprattutto perché è originata da una forma di fanatismo, ideologia trasferita al cinema e in un certo senso sentita legittima, per cosa poi? Tanti film hanno raccontato il supplizio dei santi, di Gesù, dei martiri storici, pur senza compiacersi di questo. – Fran

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  1. Frannie! Ma lo sai che la penso preciso come te? Ma io, al contrario di te, Braveheart non ho mai avuto il coraggio di vederlo fino in fondo perché, per fortuna, l’ho visto in tv. Mentre sia La Passione di Cristo che Apocalypto ho avuto la bella idea di vederli al cinema e, di conseguenza, me li sono sorbiti da cima a fondo. Una volta sola però. Perché non li guarderò mai più. E anche se detto da un’amante degli horror più truculenti questo può suonare strano non è affatto così. Perché negli horror non c’è compiacimento (al contrario di quello che potrebbe sembrare) ma catarsi. Quella che manca completamente nei film di Gibson.

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    1. Io e te un giorno ci incontreremo da qualche parte per un caffè, abbiamo troppe cose in comune :) e quello che dici sulla catarsi è da citare e scrivere sui muri. Ci sono tante ragioni sociologiche alla base del genere horror, ragioni legate alla necessità del rendere metaforicamente conflitti, paure e concetti-chiave della società moderna e post-moderna (sto scrivendo una tesi sull’argomento e mi permetto di dire che ne capisco un minimo!). La Storia, come scrivevo con più leggerezza nell’articolo, è diversa: reca già in sé l’ipostatizzazione dello scontro. La dialettica storica si è sempre svolta tramite guerre e violenze, laddove le idee e i compromessi teorici non bastavano. Non vedo perché insistere sui dettagli macabri (talvolta presunti) delle vicende storiche raccontate. O forse i perché ce li vedo e sono tanti: si vende, ci si sente fighi e originali, si pensa di colpire nel profondo lo spettatore esagerando ciò che in fondo lo spettatore già conosce. L’horror trasferito alla Storia è pura ridondanza, secondo me.
      – Fran

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