Romanzo di una strage (Marco Tullio Giordana, 2012)

di Elio Di Pace.

Ma parliamoci chiaro: poteva mai entusiasmare pienamente pubblico e critica un film che pesca a piene mani nell’italica recente storia – la storia di una ecatombe – e ripropone i fatti sotto l’egida del cinema, e quindi di quella necessaria, connaturata, ovvia, insomma, chiamatela-come-vi-pare distorsione che il “romanzare” comporta? Certo che no. Tutti, e dico tutti, dai decani della critica fino alla meglio informata gente comune, hanno avuto (o avranno, come è presumibile) qualcosa da (ri)dire. Quando poi un po’ chiunque perde di vista il fatto che al cinema si va – e, soprattutto, il cinema SI FA – per raccontare storie (e sottolineo sia “raccontare” che “storie”). Come se il cinema (l’arte) debba ergersi per forza a giudice. Come se la sala cinematografica debba diventare per forza aula processuale, altrimenti che ce lo vediamo a fare il film. O no?

E sebbene Marco Tullio Giordana, camminando con faticoso equilibrio sull’edge della contraddizione, abbia dichiarato al Fatto Quotidiano che “il cinema non si può sostituire alla giustizia” (condividiamo), allo stesso modo snocciola sentenze, colpevoli e innocenti, carnefici e vittime nei titoli di coda. Ma a mio parere coglie nel segno Federico Pontiggia della Rivista del Cinematografoquando dice che l’arte DEVE giudicare sapendo, anche se non può dimostrare.

Gastronomicamente parlando, potremmo dire che su un letto siffatto il regista milanese ha messo a cuocere il suo Romanzo di una strage (il titolo viene da Pasolini), ricostruzione visivamente precisa e raffinata (fotografia e scene di qualità: prova ne sia il caravaggismo del fatale interrogatorio a Pinelli di cui vi proponiamo un fotogramma) della tragedia di Piazza Fontana, l’esplosione di un ordigno (ma forse erano due) nella Banca Nazionale dell’Agricoltura che alle 16.37 del 12 dicembre 1969 uccise 17 persone ferendone 90.

E a mo’ di romanzo, Giordana scandisce la narrazione, semplificando allo spettatore l’assorbimento delle diverse linee narrative.

Nonostante il film in alcuni punti abbia ammirevoli picchi di tensione da puro film poliziesco, dove Giordana lavora moltissimo è sui personaggi: oltre ai molti fac-simile storici della politica nazionale (tra cui spiccano, quanto meno per la voce e per il piacere che suscita sempre il vederli in scena, Omero Antonutti nei panni del Presidente della Repubblica Saragat e Fabrizio Gifuni in quelli del Ministro degli Esteri Aldo Moro), il commissario Calabresi di Valerio Mastandrea (granitico, di eccezionale freddezza) e l’anarchico Pino Pinelli di Pierfrancesco Favino (che, romano, riesce a imitare il dialetto milanese senza risultare ridicolo) hanno una statura drammatica davvero importante. Per Mastandrea soprattutto, credo si possa parlare di ruolo della carriera up to now. Teoricamente, ci sarebbe anche Laura Chiatti come moglie di Calabresi, ma su di lei sorvoliamo; si comporta meglio Micaela Cescon nel ruolo della signora Pinelli. Funzionano benissimo gli altri personaggi di contorno, in particolare quelli del “fronte veneto”.

In conclusione, l’invito è ovviamente quello di vedere il film: Romanzo di una strage è un prodotto che potrebbe far nascere nello spettatore la curiosità (forse addirittura la responsabilità) di informarsi sulla vicenda e sui suoi importanti strascichi. Per questo secondo step, ci sono i libri di Camilla Cederna, Giorgio Bocca, Sergio Zavoli, Hans Magnus Enzensberger. Suvvia, sembra un anno non male per l’Italia: Romanzo è buono, i Taviani sono sempre i Taviani, aspettiamo il Diaz di Vicari, a Cannes ci sarà Garrone e presto vedremo l’ultimo Amelio.

Forza e coraggio, su.

 

7 pensieri su “Romanzo di una strage (Marco Tullio Giordana, 2012)

    1. Ciao newmoon (o uonderuoman!),
      sono contento ti sia piaciuta la recensione, ho letto la tua e sono contentissimo di aver ritrovato le stesse impressioni sul disegno dei personaggi e soprattutto sull’urgenza di consigliare il film a un pubblico più vasto possibile.
      Perché poi, diciamocelo: se proprio la storia a qualcuno non interessa, quanto meno vanno a vedere un bel film!

      Torna a trovarci, siamo lieti delle tue visite e dei tuoi commenti, e complimenti per il blog, lo sto guardando proprio ora e ci sto trovando un sacco di belle cose!

      BF

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  1. Una strage nera.Come sarebbero arrivate altre,pensare ad esempio a Piazza della loggia,estremisti di destra e settori legati ai servizi segreti vari-dal Noto Servizio a quelli dell’UAR- che hanno depistato,manipolato.Responsabilità politiche e storiche precise che vanno oltre all’umanizzazione dei personaggi.
    Comunque vedremo e valuteremo,io amo profondamente il cinema radicale,militante,politico.Non amo quelli che non hanno idee politiche-anche pessime-e si indignano soltanto

    http://lospettatoreindisciplinato.blogspot.com

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    1. Anche a me (Barton) piace il cinema dell’impegno, però devo ammettere che non sono come molte persone (tra cui anche alcuni miei amici) che concepiscono il cinema SOLO come qualcosa di militante, altrimenti è inutile e non serve a nulla.
      Comunque, la penso come te sui sedicenti predicatori.

      Complimenti anche a te per il blog, stavo leggendo l’articolo su Vittorio De Seta, autore a noi molto caro, specialmente alla nostra Frannie.

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  2. Anche a me il film è piaciuto molto. Ancora una volta Giordana si conferma un narratore rigoroso, attento e minuzioso. E’ riuscito a descrivere le diverse sfaccettature della vicenda senza far calare l’attenzione dello spettatore ma mantenendola viva per tutta la durata della pellicola. E non è un dettaglio trascurabile. Inoltre sono d’accordo anche sul fatto che la cosa migliore del film sia la descrizione dei personaggi e delle pulsioni che li muovono. Ottima la prova di tutti gli attori, Gifuni e Mastandrea su tutti (la Chiatti non è un’attrice, secondo me, quindi è naturalmente esclusa dall’elogio ;-) ).

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