Il rullo compressore e il violino - CineFatti

Il rullo compressore e il violino (Andrej Tarkovskij, 1960)

Il rullo compressore e il violino, terzo mediometraggio di Andrej Tarkovskij – di Nicola Palo.

Concludiamo il nostro percorso sulla crescita artistica di Andrej Tarkovskij con il suo terzo film, un mediometraggio di 43 minuti intitolato Il rullo compressore e il violino, presentato come prova finale del corso di regia dell’Istituto Statale Superiore di Cinematografia.

La storia si svolge nell’arco di una giornata e descrive l’incontro tra un bambino che studia violino ed un operaio che guida un rullo compressore. Sasha, il ragazzo, deluso dalla sua prestazione ad una prova d’esame e vessato dai suoi coetanei, grazie all’amicizia che nasce con Serghej, l’operaio, acquisterà fiducia in se stesso, suonando, come mai aveva fatto prima, in strada per il suo amico.

Gli uccisori era, dal punto di vista poetico, molto acerbo, anche se mostrava già notevoli intuizioni a livello di regia. Non cadranno foglie stasera mostrava un netto balzo in avanti, proponendo alcune tra le principali figure della poetica tarkovskijana. Con il suo terzo film Tarkovskij chiude il quadro delle sue immagini principali, raggiungendo una certa maturità sia stilistica che poetica (che poi troverà piena espressione nel suo primo lungometraggio L’infanzia di Ivan) anche se compressa in una storia dal sapore molto scolastico, costretto entro i limiti dell’ortodossia di regime. Ritroviamo, in questo film, i riferimenti all’acqua – il fiume, la pioggia, le strade bagnate -, ed al fango, con le innumerevoli pozzanghere che costellano il cammino dei due protagonisti, dei quali abbiamo già parlato.

Tarkovskij introduce però in questo film un altro elemento che caratterizzerà le sue pellicole successive: lo specchio e la tendenza a filmare il riflesso degli oggetti nella sua superficie. Da un lato questo si ricollega ai punti di vista della telecamera distorti, mai banali, che già si erano presentati ne Gli uccisori: il regista cerca inquadrature che spostino il punto focale, utilizzando riprese dal basso, di lato, attraverso fessure e porte, quasi a voler distogliere l’attenzione da quello che sta  succedendo agli attori verso il Tutto filmico che si sta creando. In questo senso le inquadrature attraverso specchi, vetri, acqua, che spezzano la luce e l’immagine, per poi moltiplicarla all’infinito, avranno un ruolo fondamentale nei grandi film di Tarkovskij.

Dall’altro lato gli specchi, ma in generale le superfici riflettenti, hanno la funzione di proiettare l’immagine in uno spazio irreale, in cui non solo la luce e la materia si infrangono, ma anche il tempo, che si dissolve per poi proiettarsi in una dimensione irreale, ricongiungendosi, infine, nella sintesi di realtà e virtualità dell’immagine-tempo. Le immagini colte attraverso lo specchio marcano l’impossibilità di discernere realtà e virtualità, presente e passato, vero ed immaginario, che non si producono, come una fantasia, nella mente dello spettatore, ma si propongono come atto caratterizzante delle immagini. Come scrive Deleuze: “l’immagine allo specchio è virtuale in rapporto al personaggio attuale che lo specchio coglie, ma è attuale nello specchio che lascia al personaggio soltanto una semplice virtualità e lo respinge fuori campo”. Facile intuire come lo specchio, oltre ad una notevole valenza poetica, si ricolleghi alle inquadrature di cui ho detto sopra.

La tematica dello specchio sarà fondamentale in Tarkovskij: da Nostalghia a Solaris, da Lo specchio a Stalker, non mancherà mai il riferimento a questo aspetto che ne Il rullo compressore e il violinista trova il suo primo, grande, sussulto.

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