Jane Eyre (Cary Fukunaga, 2011)

La svolta dark della Jane Eyre di Charlotte Brontë

Un tempo William Shakespeare disse che in realtà vi sono solo sette modelli di storie da raccontare, attorno a cui viene poi costruito il resto. In un certo senso nel momento in cui Cary Joji Fukunaga si è appropinquato col suo team a fianco dell’opera di Charlotte Brontë, Jane Eyre, deve avere pensato qualcosa di simile alle parole del Bardo.

È una storia complessa ma, banalizzandola come è spesso è accaduto in passato, la si può ridurre al suo brodo primordiale: una semplice, qualunque storia d’amore.

Fukunaga però non ci sta, preferisce evitare di andare così a fondo da dimenticare l’intero contorno che costituisce il classico della Brontë, nonché quegli elementi che lo hanno reso una lettura apprezzata fino ai giorni nostri.

La versione di Fukunaga

Jane Eyre è la storia di una ragazza che dopo aver perso i suoi genitori è costretta a vivere dalla zia, una donna senza alcun rispetto per lei che permette al figlio di maltrattare la piccola cugina. Finché non si convince a farla mandare in uno di quegli istituti cattolici in cui ti mettono sulla retta via a frustate.

Poco amata dalla vita e poco amante della stessa, Jane trova solo un’amica che al contrario di lei la vita l’amava. Ma la vita come è stata crudele con Jane lo è anche con lei: muore in tenera età.

Jane deve aspettare la maturità per andar via e riuscire a trovare una famiglia in alcuni suoi cugini e un lavoro come precettrice presso l’oscura e misteriosa casa di Edward Fairfax Rochester, con cui instaurerà un rapporto ambiguo e pieno di sentimenti contrastanti.

Il pathos a pezzi

Chi conosce la vicenda di Jane Eyre, che sia grazie al testo di Brontë o all’adattamento di Zeffirelli, sa che c’è ben più di una storia d’amore: qualcosa che può essere descritto solo da una parola come pathos.

Fukunaga lo fa a pezzi.

Distrugge ogni elemento di pathos nel folle tentativo di trasformare Jane Eyre in una sorta di horror sentimentale.

Per diversi tratti è facile notare l’influenza di registi come Balagueró, Bayona e Amenábar (Darkness, El Orfanato, The Others), la nuova scuola dell’horror spagnolo, il cui stampo è riconoscibile nelle atmosfere cupe del palazzo di Rochester e anche nella scelta di numerose inquadrature. Scene che non hanno molto di originale, ma che estrapolate dal cinema di genere a cui appartengono fanno il loro effetto, riuscendo a metter su una certa tensione visiva subito abbattuta dall’uso di piccoli trucchetti da mercatino delle pulci, visti e rivisti, per dar voce al Mistero di casa Rochester.

Un amore di cast

Ogni sospetto sulla possibile inesistenza dell’amore di Rochester per Jane viene smembrato senza pietà, mai per più di un paio di minuti si può dubitare dell’amore tra i due, nonostante l’attesa, il dubbio e la incatenata passione fossero un elemento chiave del romanzo. 

Gli aspetti positivi del film di Fukunaga non sono la regia, ingannevole nel suo essere così pulita e fredda, si trovano invece tutti nel cast: inserirvi Sally Hawkins nella parte della zia e poi darle pochi minuti fa capire quanto quel ruolo fosse importante nel testo e come sia stato appunto tralasciato.

Judi Dench è si in una parte più grande, quella della governante Fairfax, ma perché scegliere una come lei per un ruolo così blando non è chiaro.

Il pregio sta quindi più che altro in Michael Fassbender, ormai deciso a buttarsi nel cinema con la C maiuscola, al contrario di Mia Wasikowska, che sembra recitare un’opera kabuki, limitandosi a pochi gesti esplicativi per esprimere il proprio stato d’animo.

Stretta di mano a Jamie Bell che sta crescendo proprio bene come attore, peccato sia così poco considerato.

Fausto Vernazzani
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4 pensieri su “Jane Eyre (Cary Fukunaga, 2011)

  1. allusione a AS YOU LIKE IT atto secondo, scena settima?
    “tutto il mondo è un palcoscenico… gli atti sono le sette storie…” in questo caso è il terzo ruolo: “l’amante che sospira come una fornace nella triste ballata…” insomma, il PATHOS
    il guaio è che oggi, nell’epoca delle escort e delle santanché, le storie d’amore sembrano tutte irreali; oggi Jane non avrebbe problemi a essere l’amante di Rochester… al più, lo convincerebbe a divorziare o a “provocare incidentalmente” la morte della moglie

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    1. Esattamente, c’è del surreale in qualsiasi storia d’amore, anche quella più stupida e questa in questione, Jane Eyre, è fatta in modo abbastanza stupido secondo me… appunto sembra non aver alcun problema ad essere l’amante di Rochester, qualunque motivo ci sia per mezzo (differenza sociale, differenza abissale d’età eccetera eccetera)… ma sarà per questo che piace tanto, boh!

      E si, proprio As you like it esatto, quel dialogo è un must per chiunque si avvicini a qualunque cosa che abbia del narrativo alla base!Ci fu un critico che le ridusse addirittura a quattro per quanto riguarda i film ed effettivamente…!

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  2. Ho letto la recensione e vorrei anzitutto farti i complimenti, è davvero ben scritta. Anche io ho visto il film di Fukunaga e l’ho recensito sul mio blog (http://alessiapelonzi.com/2011/10/15/jane-eyre-ovvero-se-vuoi-raccontare-una-storia-vecchia-devi-farlo-in-maniera-nuova/), devo ammettere che a me il film non è dispiaciuto del tutto e che, pur preferendo infinitamente l’interpretazione di Charlotte Gainsbourg nel film di Zeffirelli, non me la sento di bocciare la Wasikowska su tutta la linea. Per il resto, concordo appieno sulla superficialità con cui viene trattato il rapporto tra Jane e Rochester. Peccato!

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