X-Men: L'inizio (Matthew Vaughn, 2011)

Con X-Men: L’inizio la saga dei mutanti ricomincia con successo dalla loro gioventù – di Fausto Vernazzani.

I film sugli X-Men fino ad ora avevano goduto di un certo successo grazie alla gallina dalle uova d’oro della 20th Century Fox: Wolverine. Adesso invece siamo al quinto film, X-Men: L’inizio e per la prima volta quella gallina compare solo per una manciata di secondi (una scena che da sola vale il film), ma nonostante questo il britannico Matthew Vaughn è riuscito a risollevare lo squadrone di mutanti senza il personaggio chiave che fino ad oggi aveva tenuto in vita il franchise col suo scheletro d’adamantio. Col primo film da regista, Layer Cake, iniziò a portare Daniel Craig verso un mondo stellato, poi  passò a Stardust, uno dei migliori fantasy girati in quest’ultimo decennio, e in seguito Kick-Ass, un’opera largamente sottovalutata in Italia mentre all’estero sbancò al botteghino. Un curriculum niente male, perfetto per il passaggio al grande film di supereroi, anche se alla sua quarta pellicola perde l’ironia che lo ha contraddistinto fino ad oggi.

X-Men: L’inizio vede come protagonisti Eric Lensherr/Magneto (Michael Fassbender) e Charles Xavier/Professor X (James MacAvoy), entrambi giovani e ancora privi di un’idea di cosa riserverà loro il futuro: oggi tutto ciò che conta è solo affrontare il presente e combattere con forza il passato: chi dalla parte degli umani, chi contro, come Eric, a caccia di nazisti in Sud America per vendicarsi delle torture subite da lui e dalla sua famiglia. La storia si svolge negli anni ’60, sotto la presidenza Kennedy, nel pieno della celeberrima crisi nucleare che rischiò di portare i due blocchi della Guerra Fredda alla prima guerra combattuta con le armi nucleari; a causarla fu in realtà da un mutante, il potente Sebastian Shaw (Kevin Bacon), che insieme ai suoi mutanti (Emma Frost/January Jones e Álex González/Riptide), sogna la distruzione del genere umano per far spazio alla nuova specie, la sua.

Da qui i mutanti cominciano a uscire all’aperto, scoperti dal neo-Professor X che li guida e cerca di insegnare loro come uomini e mutanti possano convivere e non ci sia alcun bisogno di ripetere la (prei)storia che vide Neanderthal e Homo Sapiens in una lotta all’estinzione. Scoperta della propria identità, divisione tra male e bene, quello che già avevamo visto negli X-Men di Bryan Singer fa ritorno, quel desiderio di inclusione perso per colpa di Brett Ratner con X-Men: Conflitto finale, più simile a un film di Michael Bay che altro. Tornano anche ad avere importanza gli attori, lì andati dispersi in mezzo a centinaia di mutanti di troppo a bordo di un ponte: Fassbender è un talento in crescita che andrebbe sfruttato di più come protagonista; MacAvoy ormai è chiaro sarà una delle stelle migliori del cinema inglese. Loro due si contendono la scena, eliminando tutti gli altri, per lo più nuove leve o volti già visti ma senza ancora sufficiente carisma.

Trattandosi però di un quinto capitolo le risorse per sorprendere gli spettatori sono limitate, in fin dei conti è sempre di un tentativo di risollevare un franchise, un reboot per tirare il sangue da una rapa già moribonda. Ma X-Men: L’inizio è piacevole, due ore che non mancano assolutamente di azione ben realizzata o di grandi esplosioni per tenere sempre alta l’attenzione dello spettatore. Gli amanti della saga dei mutanti non saranno delusi, tutto ciò che hanno amato dei migliori capitoli passati ritornerà anche qui, dallo sfoggio dei poteri di nuovi e vecchi homo superior, al puro e semplice fanservice (come definire altrimenti la breve apparizione di Hugh Jackman?) rispondendo così alle esigenze di tutti gli spettatori. Appassionati della fantascienza d’annata potranno godersi anche il cameo di Michael Ironside, ammiraglio della flotta statunitense, icona del cinema sci-fi di Paul Verhoeven (Atto di forzaStarship Troopers).

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