Onegin

Onegin (Martha Fiennes, 1999)

Il cuore di ghiaccio di Eugenio Onegin – di Francesca Fichera.

Il cinema e la letteratura sono amanti che si rincorrono da sempre: un sempre relativo, dato che il primo dei due ha natali molto più recenti.

Ma la scintilla sembrava destinata a scoccare comunque, e la cinematografia del primo Novecento ce ne dà ampia testimonianza, passando dal mito al dramma teatrale, dalla cronaca storica al romanzo.

Il conflitto fra due modi diversi d’intendere la rappresentazione si fa eterno nel momento in cui lo si guarda come tale: non come collaborazione fra le arti ma come interpretazione. Dovrebbe essere chiaro invece che se le pagine suggeriscono immagini, lo schermo le esibisce. Questa differenza, per quanto possa apparire ovvia, è fondamentale per evitare ogni qual tipo di delusione.

Soprattutto se il film viene tratto da una saga di successo, come attualmente è Twilight e come in parte è ancora Harry Potter, il regista si sente investito da una responsabilità enorme e, diciamocelo, abbastanza ingiusta.

La percezione di un testo scritto è talmente personale che sarebbe disumano pensare a una sua traduzione (fedele) in pellicola. Eppure la domanda sorge, spontanea e puntuale. Allora, tralasciando noiose questioni di estetica,

cos’è che davvero ci fa apprezzare o disprezzare la versione filmica di un romanzo?

Anche qui sembra che si tratti di chimica, di contatto. Anche qui i pareri possono essere concordi e discordi, a seconda di ciò che si è visto fra le righe stampate e ciò che si è rivisto in sequenza.

L’esempio

Un esempio, a questo punto, diviene necessario: ed ecco che spunta il semisconosciuto Onegin di Martha Fiennes che, per la sua opera prima, scomoda addirittura un gigante della letteratura russa come Aleksandr Sergeevi? Puškin.

Protagonista è Ralph Fiennes – fratello della regista – nei panni del burbero, vizioso e viziato Evgenij Onegin, unico erede di un’immensa proprietà in campagna. Nella vicina residenza dei Larin conosce due sorelle, Olga e la più piccola Tatiana – una radiosa Liv Tyler.

Tatiana impazzisce d’amore per Onegin ma lui la rifiuta, preferendole la sorella maggiore e scatenando le ire del fidanzato Vladimir Lenskij. Il triangolo (o quadrato?) amoroso si scioglie in tragedia ed ognuno, come vuole e come può, fa ritorno alla sua solitudine.

Per Evgenij però la partita non è finita: c’è ancora una mano da giocare, nella fatale Pietroburgo, dove il cuore rischia di spaccarsi come il ghiaccio delle piste di pattinaggio.

I pro e i contro

Fino alla conclusione, che chi ha letto conosce e chi non ha letto in qualche modo s’aspetta, il racconto è ineccepibile – è il caso di dire: non sbaglia una virgola. Lineare, delicato, privo di ricercatezza – se si escludono i dosaggi di luce operati da Remi Adefarasin– vicino in tutto e per tutto all’ambientazione.

È privo però del sottile sarcasmo voluto dall’autore, del suo sguardo critico: l’ombroso Onegin assomiglia più al Viandante sul mare di nebbia di Friedrich che al nobile reietto da se stesso dell’opera di Puškin. C’è qualcosa in meno e qualcosa in più, una compensazione latente che rende l’insieme, tutto sommato, coerente e compatto.

Se si considera con priorità assoluta l’atmosfera – fra tutti quegli elementi testuali che un film sarebbe in grado di ricostruire – , allora non è errato pensare che l’Onegin della Fiennes abbia fatto centro.

I suoi personaggi sono astri solitari, sperduti tanto nei paesaggi silenti quanto fra le quattro pareti di una  stanza fredda ed asettica: la loro angoscia arriva chiara in ogni momento e in ogni luogo, anche quando sembra, per un istante, che la bobina non abbia più molto da dire e si soffermi, più che altro, a sottolineare cose già di per sé evidenti.

Eterna insoddisfazione

Se poi si pensa che sia possibile trasporre i mille sensi della parola scritta in serie di quadri in successione, ahimè, l’insoddisfazione bussa alla porta. Del resto, un film è selezione, taglio del reale e dell’universale: ogni regista opera una scelta, decide per una precisa angolazione, per uno specifico punto di vista.

Non sta a noi giudicare quale aspetto si è scelto di guardare ma come lo si è guardato – è un’altra differenza sostanziale fra scritture filmica e letteraria. Martha Fiennes, nel suo piccolo, ha optato per una visione romantica, gradualmente crudele, di quel karma di cui Puškin ci parla toccando, contemporaneamente, mille altre questioni; è il suo senso ma potrebbe benissimo rappresentare il nostro, oppure andarvi contro.

L’importante è, non solo in questo caso, evitare il più subdolo degli sbagli: leggere più di ciò che è scritto, come fa la bella Tatiana.

Che fine ha fatto Martha Fiennes?

Dopo Onegin non si è più avuta notizia della regista londinese Martha Fiennes. All’anno 2005 risale il suo secondo (e pare ultimo) film, dal titolo Chromophobia, con Penelope Cruz e l’onnipresente fratello Ralph.

L’opera, che al tempo fu presentata in chiusura del Festival di Cannes, non sembra aver riscosso molto successo e, in ogni caso, si pone al principio di un lungo ed alquanto ostinato silenzio da parte dell’artista inglese.

Se questo dovesse farvi desistere dal visionare il precedente Onegin, beh, sappiate che Madame Fiennes ha spopolato al Tokyo International Film Festival (edizione del 1999) vincendo il premio per la miglior regia, e al London Critics Awards è stata definita “Esordiente britannica dell’anno”.

Si è già detto che le premiazioni lasciano il tempo che trovano e a ciò, stavolta, si aggiunge anche l’eccezionale brevità della filmografia in questione. Però non sarebbe male fare almeno uno strappo alla regola e considerare, per una volta solamente, la rarità come pregio più che come carenza.

2 pensieri su “Onegin (Martha Fiennes, 1999)

  1. credo ke i film migliori tratti dai libri siano quelli presi da opere di narrativa un po’ datati e difficili magari da leggere..x esempio, a mio parere, Zeffirelli e’ bravissimo in questo genere.(vedi storia di una capinera, libro un po’ cosi’ cosi’ ma film molto bello…)

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    1. Cara Orietta, in effetti si possono citare tantissimi esempi di libri classici che hanno offerto un facile spunto a film più o meno buoni. Certo, ci sono capolavori come “Il Gattopardo” di L. Visconti che riescono, in un certo senso, a creare un nuovo testo derivante da quello di origine (in questo caso l’omonimo romanzo di G. T. di Lampedusa). Ma ci sono anche film discreti tratti da libri dello stesso livello. Tu citavi per l’appunto Zeffirelli. Ecco, fra le sue pellicole tratte dalla letteratura quella che preferisco, più che “Storia di una capinera”, è “Jane Eyre”, dall’opera omonima di Charlotte Brontë. Se non l’hai visto, ti consiglio di recuperarlo, ha una splendida atmosfera ;)

      – Frannie

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