Il ragazzo con la bicicletta (Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2011)

Seguire il ragazzo con la bicicletta e sentirsi meglio – di Elio Di Pace.

Nella consueta vetrina cannense, i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne hanno presentato un altro capitolo delle loro storie di persone marginali in luoghi marginali: Il ragazzo con la bicicletta.

Lo vado a vedere in solitudine e più sovrappensiero di Morgan, ma un evento gioioso mi risolleva la giornata. Ma che dico la giornata, il mese, se non addirittura l’anno 2011: per farla breve, ancor prima che il film cominci, carico in macchina due scatoloni di poster cinematografici, che coprono forse l’ultimo anno e mezzo-due anni di programmazione.

Sono in brodo di giuggiole.
Mi sento leggero come un colibrì.
Comincia il film.

La trama

Questa volta si parla di Cyril, dodicenne rosso malpelo (l’attore si chiama Thomas Doret e, se il mondo è giusto, ne torneremo a sentir parlare) relegato, da un padre che non ha voglia di occuparsi di lui, in un centro di accoglienza per l’infanzia.

Il suo “prolungamento” a due ruote, la bicicletta, viene venduta dal padre suddetto per fare un po’ di soldi (le piccole transazioni per sbarcare il lunario sono un preciso leitmotiv dei Dardenne: lo facevano anche Rosetta in, appunto, Rosetta, e Bruno ne L’Enfant).

Gliela ricompra Samantha, giovane e dolcissima parrucchiera, che poi accetterà di prendere Cyril con sé, dapprima solo nel fine settimana in maniera burrascosa,  poi adottandolo.

Fermiamoci qui

Sebbene Il ragazzo con la bicicletta non sia né un giallo né un thriller, è preferibile non andare avanti nel racconto della trama, perché sottofinali e finale si susseguono con tale sapienza drammaturgica che svelarlo freddamente per iscritto sarebbe un crimine.

Comunque, che dire: quasi come stessero dipingendo un affresco, restando in tema i fratelli Dardenne portano avanti il ragionamento sul disagio sociale della periferia di Bruxelles, ma sublimando il discorso nella favola e “pulendo”, di volta in volta, lo stile del cinéma-vérité, dando alla camera, pur sempre a spalla, la tranquillità che non riusciva a trovare nelle storie di Rosetta (lì, per la verità, sembrava di vedere un reportage di guerra), o del falegname de Il Figlio.

Il gamin (capretto in italiano, ma il titolo francese ha qualcosa di evocativo che la traduzione non ha reso) che va in giro col vélo è un altro personaggio dardenniano che cerca di apportare un cambiamento nella sua vita, pur smarrendo la rotta di tanto in tanto. Proprio come Lorna. Proprio come Bruno. Proprio come il piccolo killer pentito Francis.

Si tratta della ricerca di una vita “normale” e dignitosa, e non di capitalistico “social climbing”: Cyril è un ragazzino cui la vita chiude in faccia molte porte, ma con maturità prende coscienza di tutti gli insuccessi: si aggrega a un bullo di quartiere che lo convince a rubare, il che darà origine a una piccola faida nel cui racconto si intravede qualche venatura di Truffaut.

Lo stile dei Dardenne

Parlavamo di coerenza stilistica. La camera dei Dardenne questa volta trema un po’ meno, ma parla la stessa lingua: la fotografia del film è affidata a un sovrumano essere bicefalo, che ha in una testa il direttore Denis Marcoen (e la sua luce che non connota un bel niente: se un posto è scuro, è scuro e basta, ed è inutile inventarsi fonti luminose che non esistono), nell’altra l’operatore Benoit Dervaux (in Italia abbiamo lasciato sopravvivere questo termine quasi ospedaliero, quando poi la lingua francese arriva dritta al concetto: CADREUR).

Dopo aver dato delle indicazioni a loro due, si può immaginare che i fratelli vadano dagli attori e gli dicano: “Agite. Al resto pensiamo noi”.

Avevamo detto, nella fanta-lettera a Nanni Moretti, che i Dardenne a Cannes sono un po’ come il Barça al Camp Nou: Le gamin ha vinto il Gran Premio della Giuria ex aequo con Once Upon a Time in Anatolia di Nuri Bilge Ceylan.

Avrebbe anche potuto vincere. La qual cosa avrebbe di sicuro messo d’accordo tutti.
A buon intenditor, poche parole.

 

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