Il curioso caso di Benjamin Button (David Fincher, 2008)

Ne Il curioso caso di Benjamin Button la vita va all’indietro e il tempo scorre avanti – di Francesca Fichera.

Le lancette di un grande orologio che va a ritroso tracciano le linee di una favola, un racconto surreale della nostra epoca. Il protagonista della storia è Benjamin Button; ma lo è soltanto per puro caso, perché chiunque è protagonista, o potrebbe diventarlo.
Francis Scott Fitzgerald scrive sulla vita umana e lo fa attraverso l’allegoria fiabesca di un uomo – Mr. Button appunto – che nasce vecchio e muore in fasce. David Fincher sceglie di portare Il curioso caso di Benjamin Button sul grande schermo. Il risultato è un prodotto contraddittorio, a tratti poco decifrabile, che spinge lo spettatore a chiedersi “Ma questo film m’è piaciuto veramente?”

Si comincia dalla nascita di un bambino strano in una giornata strana – la fine della Grande Guerra – nella vecchia New Orleans: un neonato dalle fattezze così insolite da risultare insopportabile alla vista del padre, che lo abbandona sulle scale di una casa per anziani. La responsabile dell’ospizio, Queenie, decide di prendersene cura e di accudirlo fino al suo ultimo giorno che, data la salute terribilmente precaria del piccolo, sembra ormai prossimo. Ed invece no. Più passa il tempo e più Benjamin riacquisisce le forze, i capelli, la vitalità. In una parola: la giovinezza. Mentre tutti invecchiano e vanno via, Benjamin ringiovanisce, procede verso gli anni più splendenti della vita. Tuttavia, è proprio questa sua esistenza a non poter essere differente da quella degli altri suoi simili: Benjamin ama, ha paura, soffre, è felice. Sebbene per lui le lancette dell’orologio corrono all’indietro, non v’è una sostanziale differenza fra ciò che egli vive e quello che vivono gli altri. È piuttosto il come che varia, ma quello – potrebbe obiettare qualcuno – è sempre diverso per tutti.

Fincher ci tiene a sottolineare questo aspetto della storia: il punto di vista del Tempo che ci soggioga e ci incatena, un’ansia costante che spesso ci devia da ciò che conta di più. Lo fa, però, con l’espediente della struggente storia d’amore fra Button e la ballerina Daisy – filiforme ed elegante Cate Blanchett -, mescolando il tutto in uno shaker di tagli e ritagli melodrammatici, saltando di continuo dal reale al fiabesco e tentando invano di montare un filo fra le due dimensioni che, stanco di essere ripetutamente strattonato, finisce per spezzarsi.

Il film medesimo si dimostra ciclico, un unico cerchio di immagini e di persone congiunte fra di loro da un qualcosa che rimane indefinibile ma che tuttavia si avverte e, in alcuni casi, diventa perfino evidente. Niente è lasciato al caso, come nella finzione così nella vita vera: ciascun personaggio, anche se secondario,  possiede un proprio insostituibile ruolo nel fluire degli eventi. Lo sguardo onnisciente del regista osserva il lento divenire di oggetti, anime e luoghi, conviventi sullo stesso palcoscenico e destinati a rimanere sotto la luce per quel tanto che viene loro concesso, finché non arriverà un taxi nero, un fulmine, un uragano, a spegnere i riflettori.

Così, il passaggio dal color seppia del ricordo alla nitidezza del tempo attuale appare meno ostico agli occhi dello spettatore, che il film lascia affascinato, trasognato, frastornato da domande di mastodontica portata.

Resta una manciata di indizi, tracce sparse della poesia di Fitzgerald ben metabolizzate dalla macchina hollywoodiana: primo fra tutti, il piccolo colibrì, che riassume il senso di tutto nell’oscillazione delle sue ali.
Un po’ come Mr. Jingles, il topolino de Il Miglio Verde, di kinghiana memoria.

 

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