Piccole bugie tra amici (Guillame Canet, 2010)

di Francesca Fichera.

Di ritorno da una notte brava Ludo (Jean Dujardin) viene travolto da un camion. Alla vista del suo corpo orribilmente sfigurato gli amici, capitanati da Max (François Cluzet),  decidono comunque di partire per la consueta vacanza in villa, in programma da tempo ed oramai alle porte.  Comincia così il percorso forzato nel labirinto di Teseo, dritto e diretto verso il vaso di Pandora dell’eterogeneo gruppo di villeggianti.

Le bugie bianche del titolo inglese sono i ‘fazzolettini’ dell’originale: menzogne ma soprattutto verità sottese del contingente sulle quali il regista Guillame Canet instaura un tira e molla emotivo che nasconde sorprendentemente l’apparente prolissità dei 154 minuti di durata. Il talento del francese, alla sua terza opera cinematografica, si riscontra nella capacità di sezionare la vita quotidiana al limite del sentimentalismo ma senza compiacimento – fatta eccezione per una lieve caduta nel finale, che sa un po’ troppo d’America e di telefilm per ragazzi.

In Piccole bugie tra amici si zooma su volti, lacrime, umori sopiti di ogni giorno colti nella loro esplosione indotta. Il tutto in una sorta di morboso cine-diario, corredato di commento musicale spaziante da Damien Rice a Ben Harper, Jet, Anthony & The Johnsons. Non v’è accusa senza immediato perdono, tanto nella forma quanto nella sostanza: soltanto stereotipi umani intercambiabili messi a confronto negli spazi intimi del ricordo, giardini, spiagge o camere da letto che siano.

La regia, al di fuori dell’impressionante piano-sequenza iniziale, oscilla in maniera pericolosa verso il tv-movie. Meno male che ci sono gli attori: su tutti un tragicomico ed istrionico François Cluzet; ma anche Gilles Lellouche, straordinario esempio di  latin lover dal cuore debole, nonché – come dimenticarla? – la divina Marion Cotillard, che il regista/compagno Canet non esita a mettere in risalto con particolari angolazioni e tagli di luce. Tuttavia, per una volta, la coralità vince sul protagonismo, e l’orchestrazione dell’insieme è senza dubbio priva di pecche. Inevitabile il richiamo a Il grande freddo di Lawrence Kasdan, o a fratelli meno nobili ma più recenti come il Saturno Contro di Ozpetek e il semisconosciuto About Elly di Farhadi; questi ultimi però monchi di quella raffinata leggerezza che connota Les petits mouchoirs.
E che gioca e si nutre, come un’altalena, di alti e bassi naturalmente e deliziosamente imperfetti.

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