The Libertine - CineFatti

The Libertine (Laurence Dunmore, 2004)

di Francesca Fichera.

Dal buio e nel buio John Wilmot (1647-80), secondo conte di Rochester, racconta se stesso. Una vita scabrosa e frenetica, disseminata di trasudanti avventure sessuali, conversazioni al limite dell’osceno, viaggi notturni nella lordura delle strade londinesi, fra bettole e puttane. Espulso dal regno per aver scandalizzato la corte declamando un poema poco ortodosso, Wilmot (Johnny Depp) vi fa ritorno richiamato da re Carlo II (John Malkovich), in debito con lui e per questo disposto ad offrirgli una seconda possibilità di reintegrazione. Per niente intenzionato a redimersi, si immette nuovamente nel loop della sua personalissima concezione dell’esistenza, votata – come da “copione” – al libertinaggio e alla sfrenatezza senza alcun controllo. Vittima e carnefice del suo tempo, finirà con l’essere consumato dalla medesima, estrema passione alla quale si è dedicato anima e corpo – ma soprattutto con quest’ultimo.

Dramma dai risvolti grossolanamente pirandelliani, The Libertine porta il teatro sul grande schermo, con originalità e stile, ma senza classe. L’opera prima di Laurence Dunmore pecca di autocompiacimento e ridondanza, non tanto per l’abbondanza di falli e parolacce, ma per quell’infinito ribattere aforistico atto a compensare i silenzi melodrammatici sparsi per l’intera pellicola, della durata di quasi due ore. Un soggetto teatrale che diventa sceneggiatura – per mano, fra l’altro, del suo stesso autore Stephen Jeffreys – e di cui non vengono sfruttate le inconfutabili potenzialità

La figura del conte, enorme incognita partorita dal conflitto eterno fra ‘essere’ e ‘apparire’, indissolubilmente connessa alla teatralità, dell’individuo quanto della società, è l’unica ragione valida, il collante che tiene insieme un’interminabile serie di sequenze eleganti, ma per lo più didascaliche – eccezion fatta per la ‘visione’ mattutina dell’orgia dove il ralenti prende il sopravvento. Johnny Depp è impeccabile nell’assumere la pesantezza del ruolo; John Malkovich imponente e quasi irriconoscibile, lo spalleggia nell’ombra della sua secondarietà. Stucchevole e isterica, invece, l’interpretazione di Samantha Morton nei panni dell’attricetta che ruba il cuore al bel libertino. Sullo sfondo, una Londra virata al seppia da Alexander Melman: una marasma di odori, calca, fanghiglia che si sente, si tocca. E poi non resta che lui, il reietto conte di Rochester, al riparo da indiscrete luci di candela, spogliato delle sue vesti di triviale saltimbanco, pronto a ritornare nell’oscurità da cui è emerso per raccontarsi in uno splendido e raggelante monologo che, da solo, vale tutto lo sforzo di aver ascoltato fino in fondo la sua storia.

 

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