The Libertine - CineFatti

The Libertine (Laurence Dunmore, 2004)

The Libertine, un’incognita in forma di conte

Dal buio e nel buio John Wilmot (1647-80), secondo conte di Rochester, racconta se stesso. Una vita scabrosa e frenetica, disseminata di trasudanti avventure sessuali, conversazioni al limite dell’osceno, viaggi notturni nella lordura delle strade londinesi, fra bettole e puttane.

Espulso dal regno per aver scandalizzato la corte declamando un poema poco ortodosso, Wilmot (Johnny Depp) vi fa ritorno richiamato da re Carlo II (John Malkovich), in debito con lui e per questo disposto ad offrirgli una seconda possibilità di reintegrazione.

Dietro lo sfarzo, il nulla

Per niente intenzionato a redimersi, si immette nuovamente nel loop della sua personalissima concezione dell’esistenza, votata – come da “copione” – al libertinaggio e alla sfrenatezza senza alcun controllo. Vittima e carnefice del suo tempo, finirà con l’essere consumato dalla medesima estrema passione alla quale si è dedicato anima e corpo – ma soprattutto con quest’ultimo.

Dramma dai risvolti grossolanamente pirandelliani, The Libertine porta il teatro sul grande schermo con originalità e stile, ma senza classe.

L’opera prima di Laurence Dunmore pecca di autocompiacimento e ridondanza, non tanto per l’abbondanza di falli e parolacce, ma per quell’infinito ribattere aforistico atto a compensare i silenzi melodrammatici sparsi per l’intera pellicola, della durata di quasi due ore. Un soggetto teatrale che diventa sceneggiatura – per mano, fra l’altro, del suo stesso autore Stephen Jeffreys – e di cui non vengono sfruttate le inconfutabili potenzialità

“Vi piaccio adesso?”

La figura del conte, enorme incognita partorita dal conflitto eterno fra essere ed apparire, indissolubilmente connessa alla teatralità, dell’individuo quanto della società, è l’unica ragione valida, il collante che tiene insieme un’interminabile serie di sequenze eleganti, ma per lo più didascaliche – eccezion fatta per la visione mattutina dell’orgia dove il ralenti prende il sopravvento.

Johnny Depp è impeccabile nell’assumere la pesantezza del ruolo; John Malkovich imponente e quasi irriconoscibile, lo spalleggia nell’ombra della sua secondarietà. Stucchevole e isterica, invece, l’interpretazione di Samantha Morton nei panni dell’attricetta che ruba il cuore al bel libertino.

Sullo sfondo una Londra virata al seppia da Alexander Melman: una marasma di odori, calca, fanghiglia che si sente, si tocca. E poi non resta che lui, il reietto conte di Rochester, al riparo da indiscrete luci di candela, spogliato delle sue vesti di triviale saltimbanco, pronto a ritornare nell’oscurità da cui è emerso per raccontarsi in uno splendido e raggelante monologo che, da solo, vale tutto lo sforzo di aver ascoltato fino in fondo la sua storia.

Francesca Fichera

Voto: 1.5/5

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