I Care a Lot - CineFatti

I don’t Care a Lot

Cliché in fiera per J Blakeson su Prime Video

Il thriller snack fra i suoi punti di forza non ha mai avuto una sceneggiatura di ferro, però ultimamente il genere sta cadendo un tantino in basso. La sceneggiatura sembra non essere responsabilità di nessuno e mi stupisce che a commettere l’errore con I Care a Lot sia proprio chi scrisse l’ottimo the Disappereance of Alice Creed, quel J Blakeson su cui riponevo un fiume di aspettative, anche dopo il suo young-adult La quinta onda. L’unica cosa che ho visto è un veicolo per la cazzutaggine di Rosamund Pike che contrariamente alle aspettative di molti, nell’epoca post L’amore bugiardo, non è riuscita ancora a sfondare né in cinema né in televisione.

Per carità, il lavoro non le è mancato e ha avuto l’attenzione di ottimi registi. Partendo da Fincher per arrivare a oggi, Pike ha recitato per Amma Asante, Marjane Satrapi, Scott Cooper, Brad Anderson e José Padilha. Fra questi però l’unico meritevole è Hostiles e il resto, anche se spesso in odore di Oscar (A Private War, soprattutto) o comunque realizzato con quell’obiettivo in mente – è lo scopo di ogni biopic, diciamocelo – non ha mai raggiunto il successo che ci si aspettava da lei. Ora col potente canale di diffusione di Prime Video e un ruolo da cazzuta come quello dell’avvocatessa Marla Grayson di I Care a Lot può riuscirci.

Purtroppo.

L’apoteosi del Meh.

L’ultimo di Blakeson è abbastanza mediocre, pigro e degno di… ciò che è diventato, un Direct-to-Video in formato streaming e sapete dove sta l’inganno? Noi lo vediamo su Prime Video, ma nei principali mercati globali è un Netflix original. Perché la cosa non mi stupisce? Netflix fruga sempre nel mercato alla ricerca di titoli che rispondano alla solita formula dell’usato di seconda mano, possibilmente un po’ rispolverato. In questo caso un casting che ha badato alla qualità degli interpreti, encomiabile; Dinklage è da vent’anni uno dei più sottovalutati attori statunitensi, così come l’accoppiata Pike/Eiza Gonzalez fa scintille, ma se dai un ruolo da due soldi a Marlon Brando sempre due soldi varrà, è difficile il contrario.

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Dinklage è sempre perfetto. Sempre.

Marla per ottenere successo bracca anziani senza una famiglia forte per diventarne di colpo rappresentante legale e incassare la vendita dei loro beni mentre marciscono nella casa/prigione di riposo. La bella presenza cade in secondo piano rispetto all’astuzia con cui manipola il settore – ma in realtà è evidente come siano stupidi tutti gli altri e lei l’unica con un briciolo di buon senso -, finché la ciliegia sulla torta Dianne West non manda all’aria il suo piano: era segretamente madre di un boss della mafia russa (Dinklage). È facile prevedere i risvolti, ha “pestato il piede alla persona sbagliata” e inizia dunque una lotta fra cervelli, scritta senza particolare impegno, cme se gli attori bastassero a rendere speciale un film che non lo è.

In un certo senso Blakeson non commette un errore seguendo questo ragionamento, il carisma di Pike e Dinklage è superiore alla norma. Ed è l’unico tratto positivo con cui potremo uscire da I Care a Lot, perché a meno di volerlo considerare un film di compagnia mentre stiri, il suo valore è scarsissimo: puoi non curartene per dieci, venti minuti e saprai comunque cosa sta succedendo. La sensazione che nulla vada perduto è l’equivalente della percezione di aver già visto tutto. Si conosce ogni risvolto eccetto il finale, forse, che però segue benisimo la cinica carreggiata su cui stava correndo indisturbato.

Direi altro se ne valesse la pena.

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2 pensieri su “I don’t Care a Lot

  1. Diciamo che tutto sommato non sono in disaccordo, però lei vale il “prezzo del biglietto”, se vogliamo accontentarci ovviamente.

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