Un trio british

di Fausto Vernazzani.

Vorrei proporvi un trio british, tutti inglesi fino al midollo. Nessuno è stato distribuito ancora ufficialmente in Italia, né si sa se accadrà mai. Li consiglio  non tanto perché sono degli ottimi esempi di cinema, ma perché è bello vedere a volta cosa la distribuzione italiana decide di fare e come si diverte a proporci Sam Worthington nell’ennesimo film in cui interpreta un tizio per metà umano e per metà formichiere, oppure i lobotomizzati di Twilight, quando ci sono in giro opere d’intrattenimento che allo stesso tempo non ti rendono più cretino di quanto lo faccia già il naturale decadimento del corpo.

Bunny and the Bull è il primo della tripletta. Se siete amanti del l’ssurdo di Gondry e Kaufman questo non potete proprio perdervelo. Il plot ruota attorno a Stephen Turnbull (Edward Hogg), un uomo che ormai vive completamente rinchiuso in casa da secoli, circondato da migliaia e migliaia di scatole che contengono tutti gli oggetti che gli siano mai passati per mano, rigorosamente classificati per tipo ed anno. Scadute tutte le sue riserve di vegetali surgelati costretto a dover rompere la routine, comincia a ripensare al suo amico Bunny (Simon Farnaby) con cui l’anno passato aveva viaggiato attraverso l’Europa.
Una serie di flashback al limite del surreale, paesaggi interamente costruiti di carta di giornale, tori fatti di ingranaggi e catene di fast food che servono granchi giganti. Il regista Paul King realizza un road movie immaginifico come se ne vedono raramente, creando scenari da sogno ed offrendoci una storia su cui poter ridere e sorridere costantemente, senza mai scadere nel tipico finale drammatico delle solite commedie americane. I due protagonisti sono poi di una bravura eccezionale, ma del resto quando si parla di inglesi, è scontato.

Bunny and the Bull

Il numero 2 della lista è Exam di Stuart Hazeldine. Otto persone hanno superato ogni tipo di test per poter essere assunti da un’importante società farmaceutica, ma nessuno di loro sa qual è il lavoro per cui competono. L’ultima prova è rispondere ad una domanda, senza sporcare il foglio che si trovano davanti, senza cercare di comunicare con la guardia che li sorveglia né con le telecamere. Hanno ottanta minuti di tempo e in questi i concorrenti si troveranno costretti a collaborare per capire la domanda a cui devono rispondere, in un tempo ristretto che delinea lentamente un apocalittico scenario esterno.
Della serie: è necessario spendere milioni di dollari per un film? Hazeldine risponde con un “No” secco con Exam, ambientato in una singola stanza con un cast solido e ben costruito, personaggi che potremmo definire quasi ‘Lostiani‘, con altarini scoperti poco a poco, senza un nome e solo stereotipi fisici a identificarli – Black, White, Brunette, Blonde, ecc.. In meno di 90 minuti lo spettatore si vedrà sempre più coinvolto dalle vicende dei nostri improbabili eroi, incuriosito come loro sull’identità della domanda, incalzato da quel timer per tutta la durata del film, fino ad arrivare all’ovvio finale rivelatore, il quale ci propone una morale da non trascurare non soltanto per le parole, ma anche visivamente.

Exam

Un trio british che si chiude con La scomparsa di Alice Creed, esordio alla regia della regista J Blakeson.  Due ex-carcerati, Vic (Eddie Marsan) e Danny (Martin Compston) rapiscono la figlia di un uomo facoltoso, Alice Creed (Gemma Arterton) e la rinchiudono in una stanza dopo aver preparato accuratamente il piano ed il ‘territorio’ in attesa di liberarla e riscuotere il riscatto. Tuttavia tra i tre protagonisti di questa vicenda si scoprono rapporti impensabili.
Seppur il film si basi su dei colpi di scena non troppo originali, l’opera prima di Blakeson è ugualmente capace di stupire il pubblico proprio grazie all’accumulo di questi, isolati e non accalcati all’ingresso per entrare tutti insieme. Del trio La scomparsa di Alice Creed ha il cast più rilevante, anche se non si possono certo definire degli attori di fama internazionale, ma la stessa Arterton è ormai impegnata nella scalata ad Hollywood nel ruolo fisso dell’attraente e rompiscatole, la coscienza al muscoloso di turno (Prince of PersiaClash of the Titans) ed in secondo luogo soprattutto Eddie Marsan nel ruolo di Vic, attore eccezionale che qualcuno potrebbe ricordare in Sherlock Holmes, ma dovrebbe conoscere per Happy-Go-Lucky. Anche l’adrenalina è superiore, idem la regia, che fa sperare in una prossima opera seconda della Blakeson. Il suo modo di inserire il personaggio all’interno dell’inquadratura non sembra rispondere solamente ad una questione spaziale, ma pare quasi la scintilla stessa di vita di quelle tre persone, un prolungamento del loro stesso corpo, una regia molto fisica e con un montaggio che ha il ritmo del respiro e del battito cardiaco, lento nella calma, veloce nell’eccitazione e nella rabbia dando alla macchina da presa una vita propria.

La scomparsa di Alice Creed

Tre film che sono una prova che il Cinema con la C maiuscola esiste ancora, basta cercare e dimenticarsi del grande lavoro di Luca Ward e Roberto Chevalier e cercare direttamente alla fonte. Del resto l’acqua migliore la si trova sempre alla sorgente e non al mercato già pronta ed imbottigliata. Vale la pena fare un piccolo sforzo se si vogliono ottenere grandi risultati.

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