#VenerdìHorror: il morso del Ghoul indiano

Il dramma della colpa sazia lo spirito malviagio targato Netflix

Il Venerdì Horror non è nuovo al cinema dall’India, tempo fa Raman Raghav 2.0 entrò tra i nostri consigli di genere e oggi, sempre grazie a Netflix – l’unica piattaforma a distribuire materiale dal continente indiano – vi ritorna, di nuovo con l’apporto di Anurag Kashyap, in veste di produttore, il più noto dei registi attivi laggiù.

[Nonché autore insieme a Vikramaditya Motwane della prima serie indiana prodotta da Netflix, Sacred Games, uscita il 18 luglio e straconsigliata.]

A firmarlo e idearlo è però un autore di origine britannica Patrick Graham e la miniserie in tre epidosi Ghoul pubblicata il 24 agosto è la messa in scena di un suo incubo, ispirato a realtà atroci come Guantanamo Bay, Abu Ghraib e alle orrende pulizie etniche di stato che hanno martoriato il mondo in più nazioni.

Le radici di un conflitto

Il Novecento in India significò la separazione dal Pakistan e l’inasprimento del conflitto religioso. In Ghoul ritorna il medesimo spettro, senza esplicitare la natura della separazione viaggiamo in un futuro distopico dove la lotta al terrorismo è autorizzata a commettere brutalità di qualsiasi tipo per ottenere… che cosa?

Nida (Radhika Apte) è una recluta fiduciosa nel governo entrata a far parte nella National Protection Squad per diventare un’interrogatrice e lo fa sulla pelle del padre, inconsapevole di aver preso parte a un sistema dove la tortura è all’ordine del giorno e gli innocenti vi sono soggetti senza prendere alcun provvedimento.

Vuole il caso che durante il suo tirocinio il terrorista Ali Saeed è preso in custodia (Mahesh Balraj) e da quel momento in poi tutto cambia, la prigione è ribaltata e rivelando non si sa come i segreti delle guardie li manipola, li possiede.
Ghoul è a tutti gli effetti una terrificante storia di possessione.

Chi non ha peccato…

È un dramma sulla colpa e la frustrazione dei protagonisti, nessuno è privo di un crimine morale o punibile per legge, persino la stessa Nida, nonostante la sua contrarietà all’uso della tortura contro persone innocenti. Un forte pretesto per scatenare la furia di una creatura mostruosa che attraverso il morso prende forma della sua vittima.

A tratti ricorda infatti La cosa di Carpenter e la tensione anche se non raggiunge le stelle è palpabile dal secondo episodio, senza la necessità di mostrare troppo il volto del Ghoul. Rispetta il budget non elevato e gioca su schemi classici, ma sempre molto efficaci sullo spettatore. Se volete un consiglio, Ghoul va guardato nel buio completo.

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Immergetevi nella realtà della prigione e nei colori caldi diventare via via sempre più freddi, essere dominati dal grigiore del Ghoul misto al sangue delle vittime. Non sarà la visione più terrificante cui assisterete, ma se sarete dell’umore giusto non mancherà di lasciarvi “piacevolmente” sorpresi. Fino in fondo. Date fiducia all’india!

Fausto Vernazzani

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