Il dubbio – Un caso di coscienza: fare i conti con le proprie verità

Il dubbio – Un caso di coscienza: luce sul cinema iraniano

Presentato nella sezione Orizzonti alla Mostra di Venezia 2017, Il dubbio – Un caso di coscienza è uno di quei film che passano inosservati, che catturano forse l’attenzione di pochi. Il cinema iraniano d’altronde è di per sé una continua scoperta, a cui ci si avvicina con una curiosità che anche questa volta con il film di Vahid Jalilvand non è delusa.

Il dottor Narima/Amir Aghaee è un medico legale. Una sera tornando a casa in auto fa un incidente in cui resta coinvolta una famiglia. L’unico a restare ferito è un bambino di otto anni. Nonostante l’incitazione del dottore di portare il piccolo in ospedale, il tentativo di chiamare la polizia ripetutamente impedito dal padre del bambino/Navid Mohammadezadeh, i quattro vanno via, e con loro i soldi che il dottore ha insistito per dargli come risarcimento. In ospedale non ci andranno mai.

Qualche giorno dopo però presso l’obitorio dove lavora Narima arriva il corpo del piccolo Amir Alì. L’autopsia attesta una morte per avvelenamento da cibo, eppure il dubbio nell’anima di Narima inizia ad insidiarsi. Pur se questa fosse la diagnosi corretta, in che modo può aver influito l’incidente di quella sera?

Il ritmo dell’attenzione

Essendo davanti ad un film sicuramente di stampo teatrale, è la seconda regia di Jalilvand che viene da quel tipo di formazione – ed è sicuramente alla ricerca di un suo stile più cinematografico – il ritmo è ben scandito.

Quei 104 minuti, nemmeno tanti, scorrono facendo sì che lo spettatore si immerga totalmente nella vicenda, in un caso di coscienza che a dispetto di come suggerisce il titolo italiano non è tanto svolto attraverso una chiave psicologica ma focalizzandosi su dialoghi ben scritti e azione serrata.

Questo aiuta a tenere il ritmo alto, e desta l’attenzione di chi è silenzioso osservatore della vicenda.

Il beneficio del dubbio

Il dubbio – Un caso di coscienza scorre in maniera così pulita, composta, senza momenti di stanca, che accade quello che ogni tanto al cinema è bene che ritorni ad accadere: il propagarsi di un dubbio nello spettatore.

Chiedersi qual è il confine tra la ricerca della verità per redenzione personale o per pagare un senso di colpa verso l’altro, ma anche quanto sia giusto manipolarla o rispettarne la forma, così come si presenta nell’avvicendarsi degli eventi.

Poche risposte, molte riflessioni

Aperta e forse senza risposta netta resta la vicenda del dottor Narima, che porta addosso la responsabilità di aver parlato troppo tardi ma senza poter poi sapere realmente quali siano le reali cause che hanno portato alla morte del piccolo.

Alla responsabilità come uomo si sovrappone quella di medico, che deve senz’altro fare i conti con un senso di colpa scomodo non solo a livello personale, ma anche professionale. Meticoloso, accurato e preciso, deve riconoscere a se stesso di non poter sempre vestirsi della maschera dell’impeccabilità.

Da questa prospettiva gli uomini del film, dal personaggio di Narima fino a quello aggressivo e irruento del padre del bambino, sono individui che colgono la possibilità di redimersi grazie al potere della casualità. Lo fanno con tutta la loro umanità, caratteristica che rende No Date No Signature – questo il titolo internazionale – un film ben riuscito.

                                                                                                                                                                 Valentina Esposito

Voto: 3.5/5

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