Detroit - CineFatti

L’insostenibile realtà di Detroit

Gli effetti del realismo sul cinema nella Detroit di Kathryn Bigelow.

Sono costretto a iniziare ringraziando Spotify, il primo brano suggeritomi fuori dalla sala dove ho visto Detroit è stato il tema di Forrest Gump. Dopo il duro colpo subito col film di Kathryn Bigelow è stato un tocco gentile sentirsi cullato come la piuma che scorre nell’aria mentre il pianoforte di Alan Silvestri ci abbraccia con delicatezza.

È la sensazione opposta al crudo realismo romanzato della Detroit 1967 scavata da Mark Boal per realizzare un film sui fatti cruenti dell’Algiers Motel, dove tre ragazzi furono uccisi a sangue freddo da tre agenti della polizia locale con la complice omertà di una guardia giurata esterna, accorsa in aiuto quando scattò l’allarme cecchino.

Nel 1967 la città della Ford Motor Company e della Motown Records, patria del lavoro nero e della musica nera fu sconvolta dalla rivolta della comunità afro-americana contro le discriminazioni e la brutalità della polizia nei loro confronti. Interi quartieri furono messi a ferro e fuoco, l’esercito dovette scendere nelle strade per portare ordine.

Disorder

Kathryn Bigelow, invece, spunta nella notte per dare voce al disordine con la camera a mano, l’organo realista del cinema, su cui Barry Ackroyd si è fatto le ossa lavorando alla fotografia con Paul Greengrass in United 93Captain Phillips. Strumento efficace per tenere a bada l’incessante pretesa di realismo del pubblico, assuefatto all’idea di dover allungare la storia fino al presente, cucirli insieme trovando i punti in comune.

I disordini di Detroit hanno infinite parentele con la situazione razziale vissuta ora dagli Stati Uniti d’America, ma la lettura in chiave specchio degli eventi contemporanei restituisce la banalità di una visione castrante. Detroit anche se chiuso nella bolla degli eventi messi in scena con crudele precisione è un film completo nel suo tempo.

Dignità al passato

Sa esserlo rispettando la sua collocazione storica dandogli la dignità dovuta. Si guarda al passato fin troppo spesso come a una sequela di eventi vomitata da una civiltà ancora non addomesticata dal presente evoluto. Detroit vede il 1967 come un anno fiero di se stesso, con due ragazze bianche sconvolte dal razzismo nonostante sia il 1967!

Non è l’Ottocento, non è un film sui campi di cotone, eppure sono trascorsi solo tre anni da quando il Mississipi bruciò. Nonostante si fosse nel pieno della lotta per i diritti civili (le marce di Selma furono nel 1965) la Detroit di Kathryn Bigelow respira un razzismo differente, incapace di relazionarsi con se stesso e riconoscersi col proprio nome.

Politically correct?

In Detroit si soddisfa il difficile pubblico USA così facendo, raccontando entrambe le facce della realtà. La polizia non è tutta come quella interpretata da Will Poulter, ha mancato Pennywise ma al cinema ha trovato un altro terrificante ruolo, Jack Reynor e Ben O’Toole, esistono anche esempi di umanità e voglia di giustizia.

In tal senso i colpi sferrati dagli agenti, la noncuranza dei diritti civili o di un serio dubbio sulla moralità delle proprie azioni sono ancora più crudeli. La Bigelow non è da meno, sulle prime evita il sensazionalismo e lascia lo spettatore a immaginare la forma dei corpi martoriati, poi inizia col suo feticismo dello sguardo.

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Lo specchio dell’anima

La camera a mano salta con lo zoom agli occhi dei protagonisti. Sentiamo le lacrime calde di Carl Cooper, la luce improvvisamente spenta nell’anima di Demens, il vuoto entrare nella mente di Larry Reed (Algee Smith, uno dei migliori dell’incredibile ensemble di Detroit), l’errore scalciante dentro la vita di Melvin (John Boyega).

È un tocco delicato dal sapore di un pugno sulla mascella, con l’idea di creare un contatto intimo tra protagonisti e pubblico, aumenta la tensione per la vita in pericolo delle persone coinvolte. È il pregio principale di Detroit, tutt’altro che concluso con la fine della notte all’Algiers Motel. Continua col processo, un’eco forte del sangue sputato.

L’aura spezzata

Il gioco dello sguardo collabora anche alla distruzione dell’aura delle star presenti. John Boyega, Finn nella nuova trilogia di Star Wars, e Anthony Mackie, la spalla Falcon di Capitan America e negli Avengers, idem Will Poulter anche se di gran lunga meno famoso, sono tutti privati della loro presenza magnetica, sono esseri umani.

Detroit dà la sensazione di avere un muro in Poulter, mentre Boyega e Mackie nei loro ruoli su entrambe le barricate è impossibile vederli o anche solo immaginarli come attori in blockbuster fantascientifici, tanto Bigelow e Ackroyd li incatenano alla realtà dei pavimenti o delle pareti dell’Algiers Motel. Non sfuggono alla realtà.

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Dov’è la retorica?

Kathryn Bigelow ne ha fatto uso. Molto nello splendido The Hurt Locker, in Zero Dark Thirty anche, ma dove l’errore fu politico, K-19: The Widowmaker è invece simile a Detroit. L’uso della retorica in entrambi i film è paragonabile a un biglietto infilato sotto una porta chiusa a chiave. È presente senza essere invasivo.

La Ford Motor Company e la Motown Records rappresentano il potere bianco sulla comunità, consumatori di auto costruite con salari bassissimi da persone costrette a fare due lavori o a vivere in un compromesso, a sudare la mattina e la sera far ballare quelle stesse persone per cui lavorano nelle catene di assemblaggio.

L’acciaio e il vinile pesano come un’incudine sulla vita già tesa dei protagonisti e lode a Kathryn Bigelow per essere riuscita a raccontare il contesto con sequenze rapide, alienanti o insostenibili quanto il rumore di un sogno infranto, come quello di Larry Reed, sul palco di un teatro svuotatosi nella sera del suo grande debutto.

Fausto Vernazzani

Voto: 4.5/5

3 pensieri su “L’insostenibile realtà di Detroit

  1. Incuriosito dalla recensione l’ho visto,gradendolo sotto ogni punto di vista, dalla regia alla fotografia che rende a pieno il dramma di Detroit. Forse un piccolo neo il doppiaggio in italiano che ho trovato non attinente ai personaggi, lasciando da parte questo aspetto, sono rimasto molto soddisfatto della visione. :) :)

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    1. Sì, sul doppiaggio bisognerà fare due conti quando potremo vederlo in originale. In effetti non era dei migliori. Per fortuna quando c’è una buona regia anche queste cose diventano tollerabili :D contentissimo ti sia piaciuto, è un gran film! Speriamo di parlarne ancora tra qualche mese!

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