BoJack Horseman - CineFatti

Essere BoJack Horseman

BoJack Horseman: il 2017 è l’anno del cavallo.

Per spiegare agli altri di cosa stiamo parlando quando facciamo riferimento a BoJack Horseman, non basta dire che è una delle serie tv più sensazionali di sempre. Non basta neanche dire che è una serie tv animata per adulti, irriverente e attuale, prodotta da Netflix, sullo stesso stile de I Simpson o di South Park, perché finirebbe per essere etichettata come intrattenimento “intelligente” da post-pranzo.

Basterà dire che, tra una ventina d’anni, quando parleremo di opere cinematografiche che abbiano rispecchiato più limpidamente l’anima frenetica e fragile dell’uomo occidentale del 2000, parleremo di Bojack Horseman.

Egomostri

Scritta da Raphael Bob-Waksberg e disegnata dalla fumettista Lisa Hanawalt, la storia, in cui convivono personaggi umani e antropomorfi, ruota intorno alla figura di Bojack, attore/cavallo di mezz’età in crisi, conosciuto ad Hollywood per essere stato, back in the 90s, il protagonista di Horsin’ around, una sit-com di successo per famiglie.

La storia ruota letteralmente intorno a Bojack: soprattutto nella prima stagione, la sua lussuosissima casa hollywoodiana diventa il baricentro narrativo in cui convergono tutte le storie che compongono quella di Bojack e che lui sistematicamente non vuole affrontare, galleggiando nella sua vasca autodistruttiva di cinismo, sarcasmo spietato, disprezzo e culto del passato.

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È innegabile che la devastazione morale di Bojack eserciti un fascino misterioso, sia dentro che fuori la serie. È il carisma banale ma mai noioso di un personaggio che vive il brivido del limite, non inibisce i suoi istinti, sa sempre cosa dire, vive con coerenza (e orgoglio) la sua superficialità di divo senza dover necessariamente indossare una maschera positiva per piacere agli altri (che senso avrebbe indossare altre maschere nella città della finzione?).

Nell’immaginario collettivo ciò che Bojack rappresenta si trova in bilico tra l’esempio e il monito, conflitto etico antico come l’uomo: è un esempio perché, istintivamente, tutti vorremmo vivere come lui; è un monito perché nessuno dovrebbe essere come lui. Finisce, insomma, per diventare l’alibi necessario al nostro forzato allineamento sociale, al compromesso infelice di dover rinunciare alla vita per poter vivere “nel modo giusto”. Perciò tutti hanno bisogno di Bojack, perché è capro espiatorio e insieme intrattenitore: lo guardano distruggersi come loro avrebbero voluto fare con se stessi, e se ne compiacciono.

Paradossalmente all’inizio si ha l’impressione che il suo odio verso gli altri (riflesso disperato dell’odio verso se stesso) sia direttamente proporzionale all’amore che riceve. Il problema è che Bojack non riesce a riconoscere l’amore e ad accettarlo.

Ossessionato dai suoi bisogni, nutre il suo egomostro bulimico da star fino a vomitare ogni singolo scarto delle sue giornate riempite dal sesso, dalla droga e dal nichilismo più masochista. Finita la festa, è un uomo solo e ciò che rende la sua solitudine ancora più dolorosa è la consapevolezza di essere stato solo anche durante la festa, proprio come nell’allucinante piano sequenza della sigla iniziale.

Bestiario hollywoodiano

Non è solo l’ipertrofico protagonismo di Bojack a costruire la calamita narrativa che ci ha inchiodati allo schermo per quattro stagioni, ma anche l’universo polimorfo in cui è calato. Showbusiness, politica e società finiscono nello spietato tritacarne di una scrittura satirica senza pause, geniale, a tratti nonsense, che non risparmia nessun aspetto di questi ultimi anni.

Se l’incompresa creatività dell’ingenuo Todd, con le sue gag in perfetto stile Looney Toones, è fonte assicurata di risate, dall’altro lato si cela l’amarezza di una riflessione più ampia sul cortocircuito del talento giovanile, represso dalle esigenze dell’utile, dalla formazione, dalla carriera. Allo stesso modo riusciamo a specchiarci nello sguardo triste di Diane, brillante scrittrice e femminista “della terza ondata”, bloccata da una vita coniugale forzatamente perfetta al fianco di Mr. Peanutbutter, labrador ottimista e generoso che ha avuto successo per puro caso e intraprende nuove avventure in qualsiasi ambito, dai quiz televisivi alle elezioni governative della California.

Che siano cani, umani o star del cinema, poco importa: quando una commedia ci parla al presente, quasi in diretta, lo schermo diventa uno specchio luminoso e brutale, senza altre vie di fuga se non il nostro stesso riflesso insicuro, spoglio, indigesto. Ecco un’altra grande lezione di questa serie meravigliosa: la parte più dura e vera dell’identificazione coincide sempre con la vergogna.

BoJack Horseman happy dog fun joy GIF

Voci come pugnali

Dopo ogni episodio, si ha l’impressione che la voce di Bojack (Will Arnett in lingua originale, Fabrizio Pucci nel doppiaggio italiano) continui a martellarci le pareti della testa, per ore e ore. Poche volte una personalità riesce a tradursi così efficacemente a livello sonoro: sembra quasi che il significato delle sue parole sia composto non tanto dal contenuto, ma da quell’intonazione profondissima, ventrale, disillusa ma sempre fiera, mai franta.

Forse è proprio questa presenza assolutistica del linguaggio, dalla sostanza alla forma, che ce ne fa adorare l’assenza: i momenti più commoventi di Bojack sono quelli in cui resta in silenzio, perché se parlasse andrebbe in mille pezzi.

Il viaggio

Una delle esperienze più intense che noi umani condividiamo con alcuni animali è quella del viaggio. Il viaggio di Bojack non è un viaggio di purificazione dal dolore, ma è un viaggio dentro il dolore. Come con l’amore, la sua cecità forzata ai più naturali doveri emotivi gli impedisce di riconoscere e accettare il dolore. Guardandosi dentro, Bojack scorge una grande assenza, il vuoto di qualcosa che non gli è mai appartenuto: non è un ritrovarsi, quindi, ma un incontrarsi.

Il punto di partenza di questa migrazione, se può essere individuato, corrisponde all’episodio 3×4, Fish Out of Water, ambientato nella città di Atlantic City.

Bojack, trovandosi sott’acqua, non è in grado di parlare e la continuità della trama è data dalla mimica facciale, dalle espressioni e dai gesti del cavallo. Siamo in un punto della storia in cui Bojack tenta per l’ennesima volta di rimediare ai suoi errori chiedendo scusa a tutte le persone che ha ferito. Così, mentre è alla ricerca di Kelsey, una brava regista che ha fatto licenziare, si trova incastrato nel salvataggio di un cavalluccio marino che ha smarrito suo padre.

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Il regalo di BoJack

Quando finalmente riesce in questa missione, il senso delle sue scuse assume un significato ben più profondo: scosso dall’esperienza intensa con il piccolo, ha una verità a cui aggrapparsi e da cui partire. Scrive a Kelsey un biglietto: “In questo mondo terrificante, tutto ciò che abbiamo sono le connessioni che creiamo”.

Se le teniamo a mente, gli leggeremo queste stesse parole sul sorriso che sigilla la chiusura della quarta stagione, sorriso raro e autentico come le sue lacrime, in fondo. È questa la straordinaria opportunità che ci offre BoJack Horseman: imparare a riconoscere, sulla nostra geografia mutilata, una mappa delle connessioni che abbiamo creato per sapere che – Visto?  – alla fine di tutto – Non siamo spacciati.

Sofia Santosuosso

2 pensieri su “Essere BoJack Horseman

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