Max Ophuls - Happy Returns

#HappyReturns: il triplice ritorno in sala di Max Ophüls

Per gli Happy Returns targati Lab 80, non uno ma ben tre film di Max Ophüls tornano in sala.

Max Ophüls, la giostra delle passioni: si chiama così la rassegna con la quale Lab 80 Film (ri)presenta al pubblico tre pellicole del grande maestro del cinema europeo. Tre classici portati a nuova vita dal restauro digitale in 2K che gireranno in sala a partire dal prossimo 3 luglio, per l’immancabile appuntamento con gli Happy Returns. E noi ve li presentiamo!

 

 

Tutto finisce all’alba (1939)

Così come nel film d’esordio Amanti folli, anche in questo crepuscolare melò in bianco e nero Ophüls racconta il profondo struggimento psicologico di una donna. Con un sapiente dominio del ritmo narrativo, mette in scena vicende capaci di catturare lo spettatore e creare empatia con i personaggi. In particolare con la protagonista, una spogliarellista disincantata dal viso perbene, come non si stanca mai di ripeterle il fidato amico Henri. 
La Evelyne tratteggiata con sontuosa fierezza da Edwige Feuillère è un’eroina malinconica e predestinata che culla il sogno di una vita borghese, destinato a infrangersi al suono acuto del fischio di un treno e sotto le sfacciate luci artificiali di un locale notturno a Montmartre.
Non siamo padroni di niente, figurarsi delle nostre vite“: la realtà non fa sconti e Ophüls lo mostra con rigore e partecipazione per la scelta dolorosa della sua dolente protagonista. Una protagonista che ci è concesso vedere serena solo in alcuni ingenui flashback nei quali la ritroviamo in montagna, felice con il suo amato Georges. Una pennellata di neve bianca e cieli limpidi dal passato contro l’avvolgente cappa di tenebra e nebbia del presente. (FP)

Da Mayerling a Sarajevo (1940)

In Europa si scavano già le fosse per la guerra scatenata dal Terzo Reich, un orribile déjà-vù per chi sulla propria pelle porta i segni della Prima Guerra Mondiale, quando Ophüls esce nelle sale con Sarajevo, una risposta fisiologica al marciume morale che avvolge il continente. Alla morte delle virtù si affaccia con la tenera storia d’amore tra Francesco Ferdinando e Sophie Chotek, sua futura moglie finché non furono entrambi assassinati tra le strade di Sarajevo il 28 giugno del 1914.

La storia non commette alcun torto nei confronti di Ophüls considerandolo un’opera minore, ma farebbe il contrario se non riconoscesse la dolcezza nelle interpretazioni di Edwige Feuillère e John Lodge. Segregati nei loro antiquati obblighi aristocratici, privati delle loro buone intenzioni, saranno per 90 minuti il volto che avremmo voluto avesse l’Europa. “Che ne sarebbe dei bambini?” si domanda Francesco Ferdinando ripensando all’attentato di poche ore prima, mentre Princip attende di sferrare il suo colpo mortale. Se lo chiede guardando nel vuoto davanti a sé, verso l’obiettivo, gli spettatori, verso il pubblico che nel 1940 viveva nel sangue. (FV)

Il piacere (1952)

Un trittico unito da aforismi – “Il cuore non ha bisogno di bretelle” – dove il restauro della pellicola restituisce agli occhi il gioco di piacere fra luci e ombre geometriche. Si chiama non a caso Le plaisir e consta di tre storie, tutte a firma di Guy de Maupassant e tutte introdotte e commentate da una voce narrante seduta accanto al pubblico nel buio della sala. Tre racconti per tre confronti: fra il piacere e l’amore, fra il piacere e lo spirito, fra il piacere e la morte.

Lo sguardo di Ophüls sguscia tra un tempo e l’altro come la gonna di una ballerina in piano sequenza, narrando di mogli in paziente attesa dei loro mariti, prostitute commosse davanti al pulpito, passioni folli fra modelle e artisti. Un cerchio perfetto che scorre per chiudersi sul binario della malinconia, al termine di una spiaggia, fra le onde di un ricordo amaro. Perché “la felicità non è una cosa allegra”. (FF)

Francesca Fichera, Francesca Paciulli, Fausto Vernazzani

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