The Great Wall - CineFatti

The Great Wall (Zhang Yimou, 2016)

Una piccola storia per la grande muraglia di The Great Wall.

Whitewashing di qua, futuro orribile del cinema di là, ingerenze governative di su e Zhang Yimou “epic director patriottico” di giù, The Great Wall è uscito nei cinema italiani accolto da una lunga e triste serie di considerazioni spesso comiche.

Trattasi sì del primo film in lingua inglese del regista di Lanterne rosse e La foresta dei pugnali volanti (due facce della stessa medaglia) ma la produzione è sino-americana: soldi della Dalian Wanda, proprietaria della Legendary, scritto negli USA.

E si vede, la storia produttiva di The Great Wall è trasparente: un gruppo di occidentali incontra la cultura orientale nella forma di un esercito in lotta ogni 60 anni contro i Taotie, in cima alla Grande Muraglia, costruita per difendere il mondo dalla minaccia.

Whitewashing?

The Great Wall è però un film con un’ottica soprattutto USA, Matt Damon e Pedro Pascal sono i protagonisti insieme a Jing Tian – la star della Legendary di Kong: Skull Island e anche Pacific Rim: Uprising – e Andy Lau e non è whitewashing.

È piuttosto il punto di incontro tra Occidente e Oriente, su una storia scritta dall’Edward Zick de L’ultimo samurai – con cui condivide solo la premessa – ma, diciamocelo, concentrarsi tanto sulla produzione oscura i (pochi) meriti del film.

In WETA We Trust

Una storia sottile come l’aria con invenzioni sceniche su cui ragionare con l’aiuto di visioni multiple per comprenderne il senso – ad esempio il corpo delle Gru che vedete nella gif -, tutto sotto l’occhio purtroppo pigro di Zhang Yimou.

Esiste e resiste solo nelle prime sequenze sulla muraglia, dove il lavoro della Weta emerge in tutta la sua grandezza con centinaia di comparse in costumi splendidi, ordinati, sprecati davanti al terribile design e CGI dei “mostruosi” Taotie.

https://i2.wp.com/nowomaha.com/wp-content/uploads/2017/02/anigif_sub-buzz-10025-1487276419-1.gif

Peggio soli che male accompagnati

Se schiviamo la retorica dell’eroe classico americano possiamo anche goderci le sequenze di battaglia e di preparazione alla stessa, due modalità sufficienti a farci comprendere come The Great Wall sia meglio nelle scene di massa.

Insomma finché si tirano lance, frecce e cinesi fila tutto liscio come l’olio, qualsiasi altra cosa rasenta l’inutilità e la sciatteria che non ci si aspetterebbe da un blockbuster con un budget così alto, eppure è proprio il ritratto di The Great Wall.

Un film esclusivamente per fan di Zhang Yimou, i quali potranno ricordare i suoi gloriosi anni attraverso dei momenti specifici, e per chi vuole godersi solo qualche scena di guerra senza troppe pretese. Agli altri consiglio una visione diversa.

Fausto Vernazzani

Voto: 2.5/5

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