Il diritto di contare - CineFatti

Il diritto di contare (Theodore Melfi, 2016)

Il diritto di contare è una storia da raccontare a scuola.

In Italia arriverà l’8 marzo. Una scelta distributiva abbastanza scontata dato che Il diritto di contare (versione copy dell’originale Hidden Figures) parla di donne. Donne scienziate, donne afroamericane negli anni  della segregazione razziale, donne che hanno cambiato il mondo dal fondo di un corridoio con su scritto colored.

Cominciamo col ricordare i loro nomi: Katherine Johnson (nel film Taraji P. Henson), Mary Jackson (nel film Janelle Monáe), Dorothy Vaughan (nel film Octavia Spencer). Figure nascoste ma dal talento evidente, indiscutibile, stellare.A loro spettò il ruolo decisivo per le sorti di Stati Uniti e NASA nella corsa allo spazio testa a testa con la Russia.

Theodore Melfi ci mette pochissimo a contestualizzare. Il suo film  tratto dal libro di Margot Lee Shetterly inizia letteralmenete contando, con la polvere bianca dei gessetti che volteggia nell’aria e lo sguardo al cielo di una guardia convinta di essere spiata dallo Sputnik.

I colori dell’ingiustizia

Il diritto di contare conserva toni e ritmi di una commedia biografica dove solo di rado si alzano grida di denuncia – la scena in cui Katherine/Taraji perde la pazienza perché non c’è un bagno per lei nei pressi del suo ufficio, per esempio. Tutto il cast sembra divertirsi, giocare in armonia sul confine fra stereotipo e personalizzazione.

Vediamo il volto tirato di P. Henson, il dettaglio dei suoi piedi impazienti sotto il tavolo – anche andare al bagno, si diceva prima, poteva essere una vera impresa – con l’accompagnamento di vibranti pezzi funky e R&B, e non possiamo che dare a Wilson quel che è di Wilson. Perché ha trasformato una storia d’ingiustizia in una canzone a colori.

Il troppo stroppia

Peccato però che il commento musicale diventi (troppo) insistente. Che Taraji P. Henson svolazzi (troppo) in giro, col rischio di diventare una caricatura del suo stesso personaggio. Che del temuto capo interpretato da Kevin Costner non resti nulla a parte i colpi inferti all’insegna colored della toilette, in un eccesso di retorica capace di appesantire il leggero e pregevole realismo posseduto dal film fino a quel momento.

Così Il diritto di contare finisce con l’essere un’opera di riscrittura più che tradizionale. Al contrario delle storie di cui parla e che ci ricorda. Che sono la prima e forse anche unica ragione per cui una proiezione destinata alle scuole sarebbe praticamente d’obbligo. Ma una vittoria agli Oscar, quella men che mai.

Francesca Fichera

Voto: 2.5/5

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