Lettera a tre mogli - CineFatti

Lettera a tre mogli (Joseph L. Mankiewicz, 1949)

Con Lettera a tre mogli Makiewicz (ri)scrive una commedia sul dubbio 

Un centro abitato senza nome, a mezz’ora di treno dalla grande città, con una strada principale, farmacie, alimentari e un viale elegante dove puoi trovare i membri del country club quando non sono al country club. È qui che vivono i Bishop – Brad, amabilmente prevaricatore e sfuggente, e sua moglie Deborah (Jeanne Crain) ingenua e insicura, con un costante senso di inadeguatezza – e i Phipps: Rita (Ann Sothern) autrice per una radio commerciale, sicura di sé, si lascia maltrattare amorevolmente solo dalla brusca domestica (una splendida Thelma Ritter) e suo marito George, insegnante che adora il suo lavoro sottopagato e Brahms.
E poi ci sono Lora Mae (Linda Darnell), bruna languida e maliarda e il suo ricco marito Porter, proprietario di una catena di grandi magazzini. Li conosciamo il primo sabato di maggio, quando in una giornata che si apre placida e soleggiata, poco prima di partire per una gita in battello, Deborah, Rita e Lora Mae ricevono una lettera dalla comune amica Addie Ross che annuncia di essere fuggita con uno dei loro mariti. Il dubbio si insinua tra parole di circostanza (Sarà solo un scherzo) e sorrisi tirati, perché ognuno dei consorti delle tre donne potrebbe essere scappato con Addie, una donna seduttiva e indipendente evocata solo da piccoli ma studiati dettagli (una spalla nuda, le dita sottili strette attorno alla sigaretta). Una assenza-presenza che abita il presente con la sua voce fuori campo e, insinuante, agita il passato delle tre amiche.

Prima di Eva 

Un anno prima di Eva contro Eva Joseph L. Mankiewicz con Lettera a tre mogli sperimenta l’utilizzo del flashback con grande padronanza, concentrandosi sulle mille sfaccettature dell’universo femminile con sensibilità niente affatto scontata. In questo caso raffigurando tre donne e altrettanti caratteri (l’ingenua ragazza di campagna, la donna emancipata, l’astuta arrampicatrice sociale), utilizza con classe parole e elementi tecnici (dal montaggio al sonoro). Perché Lettera a tre mogli è sì una commedia, ma anche uno spaccato amaro e vivido della middle-class statunitense del dopoguerra.

Partendo dall’adattamento del romanzo A Letter to Five Wives di John Klempner il regista di origini polacche e Vera Caspary (entrambi premiati con l’Oscar per questa sceneggiatura, Mankiewicz anche per la regia) ci guidano con stile raffinato eppure caustico tra ingenuità, piccole meschinità e umane debolezze di una città come tante, crocevia di ricchi, nuovi ricchi e uomini che anche un buon matrimonio non riesce a convertire alla causa (l’insegnante interpretato da un ottimo Kirk Douglas).

Una città che, esattamente come le sue protagoniste, offre il meglio di sé nella sua facciata – le case eleganti, gli alberi in fiore, gli outfit curati delle signore – e tiene celati timori, dubbi e desideri tra le pareti domestiche. Fino a che il penetrante fischio di un treno in corsa o lo stillicidio di un rubinetto guasto non ci riporta alla realtà. Un classico di grande modernità che torna in sala dal 13 febbraio in una versione restaurata digitale grazie al nuovo progetto “Happy Return!” di Lab 80 film, dedicato alla distribuzione di film classici in versione originale con sottotitoli.

Francesca Paciulli

Voto: 3.5/5

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