Il silenzio sul mare - CineFatti

Cinema e mare: 7 film fra le onde

Cinema e mare sulla stessa lunghezza d’onda.

Quando cinema e mare s’incontrano, tutto ciò che amo si raduna in un luogo unico. Come uno sconfinato cuore blu di storie. E quelle raccolte qui hanno un significato per me particolare; sono diventate, con e nonostante il tempo, anche un po’ mie. Quindi non scandalizzatevi per le grandi assenze o le menzioni che ritenete immeritate: ogni lista (ormai dovreste saperlo) è imperfetta per natura. Nasce così. Ma, a suo modo, riesce comunque a essere utile.

Mare dentro

Il titolo italiano, sia del film di Alejandro Amenábar che della poesia di Ramón Sampedro che lo percorre, dà luogo a un fraintendimento: qui il mare è, sì, dentro, ma non letteralmente. Perché mar adentro in realtà vuol dire mare aperto. Ed è su quello della non-più-esistenza del poeta che l’occhio della macchina da presa si libra come un gabbiano. “Il mare è ciò che mi ha dato la vita e ciò che me l’ha tolta“, parole capaci di dare solo una vaga idea del calvario di Sampedro verso la sua liberazione: l’eutanasia. Tratto da una terribile storia vera.

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Il silenzio sul mare

Finché ha potuto e voluto, Takeshi Kitano non si è mai risparmiato nel mettere in scena l’altalenante rapporto fra uomo e natura. Che, a volte, nasconde l’occasione, il sogno di una vita. Com’è il surf per Shigeru, giovane protagonista di questo film: un ragazzo sordo, un’esistenza contro corrente, per cui l’oceano diventa presenza rigenerante, fonte di gioia e di rivalsa. Una storia d’amore silenziosa e azzurra, primo punto di svolta – dopo i gangster movie degli esordi – nella variegata filmografia del regista giapponese. Delicato come una piccola conchiglia, e citato meno di quanto meriterebbe.

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Ponyo sulla scogliera

Fra cinema e mare trova posto anche la tenerezza. E come non provarne per la creaturina di mare disegnata da Hayao Miyazaki? Lei, sulle tracce della sirenetta anderseniana, viene dall’acqua ma aspira alla terra. Nella sua avventura convivono magia e amicizia, cose umane e sovrumane. Non mancano, ovviamente, i topos ecologisti alla base dell’intera opera del maestro d’animazione nipponico. Che si camuffa ben bene dietro le forme tondeggianti e i colori vividi del mondo di Sosuke e della minuscola Ponyo/Brunilde. Come fosse un gioco.

Lo squalo

Amare il grande blu quanto averne rispetto e, sì, la giusta dose di paura. Ce lo ricordava con grande efficacia, qualche decennio fa, il signor Steven Spielberg. Da allora nessun ammollo sul materassino è stato più lo stesso; idem le nuotate a largo e le gite in barca – “serve una barca più grande!“. Comunque meglio così, perché non sapremmo proprio immaginarci un mondo senza musichetta dello squalo. Un capolavoro di tensione che è anche vero spartiacque – per restare in tema – del cinema, del genere e dell’arte di raccontare storie.

La canzone del mare

Secondo i miti irlandesi, le selkie sono spiriti-foca con sembianze umane, che rientrano negli abissi marini dopo aver amato e vissuto sulla terraferma. Questa leggenda rappresenta il cuore del secondo lungometraggio di Tomm Moore, autore di The Secret of Kells, di cui ripropone il tratto e le atmosfere iridescenti. La piccola Saoirse – come l’attrice, con la libertà nel nome – affronterà il suo destino lungo il labile confine fra realtà e incantesimo. Alla splendida colonna sonora ha contribuito Lisa Hannigan, anche doppiatrice per la versione originale.

Fronte del porto

È stato il primo film – il secondo è Il padrino – che ha fruttato a Marlon Brando la statuetta d’oro della Academy. In lui e nel suo personaggio, lo scaricatore di porto Terry Malloy, rivive in parte l’esperienza personale del regista Elia Kazan ma, più di tutto, la metafora di un’umanità lasciata a seccare sulla battigia. Perché l’oceano può simboleggiare l’assenza di limiti ma pure, e allo stesso modo, la permanenza di orizzonti irraggiungibili o, peggio, invalicabili. Un film in cui è necessario immergersi almeno una volta nella vita.

The Abyss

Concludiamo questa carrellata su cinema e mare con uno dei lavori meno popolari, e insieme più memorabili, di James Cameron. Testimonianza – nel nome e nei fatti – della sua vera e propria ossessione per l’abisso, dove tornerà in cerca del Titanic. Ma qui l’incontro non è coi morti dell’oceano, bensì con il suo popolo segreto. Che ha un messaggio da recapitare agli uomini, intrappolati nei labirinti delle loro battaglie e cause perse. Una delle produzioni cinematografiche più travagliate della storia, ma il cui risultato ha ampiamente ripagato ogni sforzo.

Francesca Fichera

 

 

 

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