Sing Street - CineFatti

Sing Street (John Carney, 2016)

Sing Street: video didn’t kill the radio stars – di Francesca Fichera.

Life is a song; per John Carney lo è anche, e conseguentemente, il cinema. La conferma, dopo il commovente Once e il dolcissimo Tutto può cambiare, arriva da Sing Street, ennesimo prodotto audiovisivo del 2016 dominato dalla “nostalgia degli Ottanta“.

Perché siamo proprio lì, nel cuore di quel decennio che, prendendo in prestito la definizione data da Milosz all’Ottocento, potremmo definire “l’età degli slanci” del secolo scorso, seconda solo a quella di Eisenhower.

Il tempo è quindi il 1985, il luogo Dublino. Il chi porta la frangetta, ha le guance rosse, si chiama Conor (Ferdia Walsh-Peelo) e copre le urla dei genitori con le melodie delle sue canzoni. Ma la crisi è alle porte, i soldi non bastano, c’è da cambiare scuola. Ed ecco che Carney gioca a sorprendere, riducendo all’osso i luoghi comuni.

Perché la faccia della medaglia di Sing Street racconta gli esclusi da un punto di vista comunitario. Sceglie di mettere in scena la solidarietà, il suo sottovalutatissimo potenziale. E i bulli, il disagio, li relega al contorno. Che è costellato di figure ben peggiori.

Rebel Rebel

Nell’ultimo film di Carney tutto profuma di ribellione. Il nemico, come il punk insegna, è solo ed esclusivamente l’autorità, che sia un preside rigido o una madre egoista. Così, sotto il giudizio di quei fratelli maggiori che hanno spianato la strada (Brendan, aka Jack Raynor), i ciuffi iniziano a tingersi, le palpebre e le labbra a brillare, gli abiti e la musica a cambiare.

La metamorfosi di Conor in Cosmo riproduce quella di una generazione intera, diversa dalle altre e anche in se stessa. Un alternarsi caleidoscopico di stili e di maschere ispirato al palinsesto di MTV, ai video dei Duran e degli Spandau, alle copertine dei vinili.

Listen to your heart

A questo punto però, l’effetto-sorpresa di Sing Street s’interrompe. In nome dell’amore, della musica e degli ideali, la band di talenti incompresi di Conor/Cosmo imbocca una strada anche troppo lineare verso il lieto fine, e con tanto di accompagnamento al miele. Cosa resta di quell’essere “happy-sad” che la bella Raphina (Lucy Boynton) attribuisce alla vita e ai sentimenti? Che ne è delle canzoni e delle ombre dei Cure?

Ebbene, Carney voleva dire altro, nascondere un messaggio in superficie, e l’ha fatto a discapito della coerenza. Con una buona dose di piacioneria a base di romanticismo facile e marketing dei ricordi. C’è da dire, perfino con qualche caduta (forse volontaria) nell’anacronismo.

Ma in conclusione conta l’insieme, fino all’ultimo secondo di girato. E le ultime scene di Sing Street, per quanto ai limiti dell’assurdo e (quasi) del fiabesco, contengono una dedica che, da sola, più che valere la visione del film ne rappresenta la principale chiave di lettura. Al punto da rendere lontano qualsiasi paragone con The Commitments e molto più vicini film come Brooklyn, sebbene senza la luce e l’áncora dello spartito.

 

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.