Captain Fantastic - CineFatti

Captain Fantastic (Matt Ross, 2016)

Noam Chomsky è il messia della foresta nel melenso Captain Fantastic con Viggo Mortensen – di Fausto Vernazzani.

La principale accusa mossa a Captain Fantastic è di esser cascato in un barile di buonismo, ma a esser sinceri a visione conclusa è più probabile che lì dentro vi fossero litri e litri di miele. Il nuovo film di Matt Ross (magnifico Gavin Belson nella comedy Silicon Valley) è, diciamocelo, assai melenso.

Marxisti della foresta

Viggo Mortensen è Ben Cash, padre di sei figli cresciuti nelle foreste degli USA insieme a sua moglie, malata e in cura in ospedale, destinatari di un’educazione filosofica anti-capitalista, con occhio di riguardo alle tecniche di sopravvivenza e a una buona manciata di lingue straniere (tra cui cinese ed esperanto).

La morte della madre li porterà fuori dalla loro bolla forestale, dritti nella città natale di lei, dove Ben coi suoi figli affronterà la decisione più grande: lasciarli liberi di scegliere come costruire il proprio futuro o seguire gli insegnamenti (il Noam Chomsky Day dovremmo averlo un po’ tutti come festa in effetti).

Lunga vita a Re Viggo

Il conflitto tra la natura chiusa al mondo e la civiltà corrosa dai difetti è l’habitat perfetto per costruire una sequela di scene ribelli liberatorie, con musiche accattivanti che vanno dai Sigur Ros ai Guns N’ Roses, ma stringi stringi e il vero pregio di tutto Captain Fantastic è uno e soltanto uno: Viggo Mortensen.

L’idea in sé non è da scartare, Ross prende spunto dalla propria esperienza personale, ma l’esecuzione non prende una vera posizione – accontenta invece lo spettatore alimentando le bizzarrie – e alla fine si resta chiusi nel cerchio dei dubbi circoscritto sin dall’inizio del film. Tutti hanno ragione, nessuno ha ragione.

Così ci troviamo a dover cercare un approdo dove vediamo qualità e in Viggo Mortensen come sempre ce n’è a tonnellate. Un attore poliedrico che anche in una situazione da commedia sa scavare a fondo e dare profondità a un personaggio che sullo schermo appare a malapena abbozzato con un pugno di aggettivi.

L’ombra del politically correct

Il sapore non è quello di un’occasione mancata, ma di una freccia, come quella del nonno di Frank Langella, volutamente scagliata lontana dall’obiettivo sensibile della pellicola. Come per non offendere nessuno, Captain Fantastic si nutre dei colori sgargianti e non di ciò che potrebbe sul serio farlo crescere.

Un gran peccato perché il potenziale umoristico è presente in quantità elevate, soprattutto nei conflitti filosofici che scaturiscono dal nulla e spiazzano lo spettatore. Il giovane Bo, George MacKay, infuriato perché ancora confuso come un trotskista quando lui è ormai un maoista, è abbastanza simpatico.

È una classica feel good story senza mordente, solo che al contrario di molti altri casi, si regge in piedi su un attore fuori dalla norma, come il suo personaggio. Ciò non vuol dire che Captain Fantastic sia da evitare, in molti potranno apprezzare la sua dolcezza filiale, ma non c’è neanche molto da osannare. Eccetto Viggo.

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