The Neon Demon - CineFatti

The Neon Demon (Nicolas Winding Refn, 2016)

The Neon Demon, ovvero il mito della bellezza secondo Nicolas Winding Refn – di Victor Musetti

Dopo un film controverso e criticatissimo come Solo Dio Perdona, che personalmente amai moltissimo, Nicolas Winding Refn continua il suo personale percorso di emancipazione e smarcamento dall’etichetta di “regista di Drive” con The Neon Demon, opera astratta e indefinibile destinata a dividere e a far discutere più di ogni altro suo lavoro precedente.

Ambientato nel mondo dell’alta moda, il film vede Jesse (Elle Fanning), la nuova arrivata a Los Angeles appena 16enne, scontrarsi con l’odio e l’invidia di tutte le sue nuove colleghe apparentemente così gentili e amichevoli nei suoi confronti. La sua iniziale innocenza si trasforma però ben presto nella presa di consapevolezza delle proprie potenzialità, cosa che la rende all’improvviso estremamente pericolosa.

The Neon Demon è, in un certo senso, l’ennesima dichiarazione d’intenti di Refn, della sua idea di cinema trasversale e senza compromessi, che rifiuta ogni ricerca strutturale divertendosi, anzi, a distruggere le regole del genere per prendersene gioco.

Come già fece nell’incredibile Pusher 3, in cui l’usuale struttura in tre atti veniva letteralmente mandata a quel paese trasformando di fatto un gangster movie in un documentario su un macellaio, anche questa volta Refn gioca con le aspettative dei suoi spettatori, promettendogli tantissimo e concedendogli alla fine pochissime soddisfazioni.

Tutto è immagine

The Neon Demon avrebbe potuto essere una testimonianza interna particolarmente realistica sul mondo della moda, poiché proprio Refn aveva avuto modo di lavorarci negli ultimi anni realizzando spot pubblicitari per grandi marchi come Gucci, H&M e Volvo. Ma al contrario da parte sua non sembra mai esserci una volontà di approfondire il contenuto delle sue immagini, se non limitandosi a qualche breve e superficiale battuta.

La sceneggiatura passa quasi totalmente in secondo piano. Ciò che conta sono le idee visive, i montaggi alternati, i simbolismi, i giochi di luci e colori. Si è portati a guardare il film di Refn quasi unicamente per ammirarne la composizione delle inquadrature, la sublime fotografia (qui ad opera di Natasha Braier) e gli stacchi a tempo con la musica.

Sembra quasi che lui stesso sia rimasto intrappolato nel mondo che vorrebbe demonizzare, o perlomeno nella sua estetica, finendo per applicare al suo film lo stesso metodo utilizzato per girare uno dei suoi spot. Studia inquadrature perfette, muove i suoi attori come dei burattini e quando ne sente la necessità accompagna le sue immagini con la musica elettronica. Quello che però manca totalmente è un qualsiasi spessore ai suoi personaggi, spesso impegnati in azioni così prive di senso da precluderne a priori qualsiasi tipo di credibilità.

Cinema orgogliosamente di serie B

Sia chiaro, con questo non voglio dire che l’idea di cinema portata avanti da Refn non abbia una sua legittimità, al contrario. Lo spirito di The Neon Demon è esattamente lo stesso che avevano i film di Dario Argento girati a cavallo tra i’70 e gli ’80, dall’utilizzo delle scenografie per creare delle inquadrature geometriche (Suspiria è forse la principale fonte d’ispirazione) alla totale predilezione per la ricerca estetica su qualsiasi pretesa di verosimiglianza.

In questo senso Nicolas Winding Refn rivendica orgogliosamente un’idea di cinema di serie B che appartiene al passato (specialmente al nostro) e che non ha bisogno di regole ben precise. Per questo confeziona ad arte una serie di scene memorabili, come la bellissima apparizione del puma o l’intensa scena di necrofilia, senza però trovare un modo davvero efficace per legarle insieme.

I personaggi non hanno mai una vita propria, esistono soltanto in funzione della scena in cui devono comparire. Per questo non vi è mai modo di empatizzare veramente per nessuno, cosa che rende la visione del film un’esperienza complessivamente fredda e, in un certo senso, vuota.

Resta un’idea generica di ciò che The Neon Demon avrebbe potuto essere in una delle scene migliori: quella del primo provino di Jesse davanti a quello sfondo bianco accecante e il fotografo dagli occhi di ghiaccio. La tensione insopportabile, la sottomissione, il feticismo e, poi, l’autodistruzione. Tutte cose di cui il film avrebbe voluto parlare ma che, alla fine, sono passate in secondo piano.

 

 

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