The Legend of Tarzan - CineFatti

The Legend of Tarzan (David Yates, 2016)

L’eroe classico di Burroughs in una nuova deludente trasposizione, The Legend of Tarzan – di Fausto Vernazzani.

Skarsgård, Skarsgård. Una volta imparato a pronunciarlo per bene, bisogna ammetterlo, è un nome che vien voglia di recitare a ripetizione. Lo sa bene papà Stellan, così tanto da decidere di produrre cinque figli (più due dalla nuova moglie) di cui ben altri tre attori: Bill, il nuovo Pennywise di It di cui abbiamo pochi giorni fa visto le prime immagini, Gustaf, il Floki della serie di History Channel Vikings, e il qui presente Alexander Skarsgård su cui pare sia costruito il The Legend of Tarzan dell’inglese David Yates.

La ragione di questa affermazione è abbastanza visibile nell’immagine di copertina di quest’articolo, il maggiore dei fratelli Skarsgård – ci piace scriverlo in continuazione, sì – era un sex symbol da utilizzare quanto più è possibile senza vestiti a coprirlo. Uno stato d’essere a cui era abituato come star di True Blood, la serie HBO dei vampiri sexy (non bellocci come in The Vampire Diaries) con Anna Paquin protagonista, da cui ora cerca il distacco con un blockbuster che loro sperano sia un successo tale da giustificare un franchise.

Partiamo dalle origini: The Legend of Tarzan è la centesima trasposizione dei romanzi di Edgar Rice Burroughs, le avventure di Tarzan delle Scimmie, figlio di un aristocratico inglese cresciuto da un branco di gorilla nella giungla africana, dove eserciterà il suo potere sulle bestie grazie al suo innato superiore spirito britannico. Diciamo Burroughs lo descrive in termini un pizzico – eufemisticamente parlando – più razzisti di così, ma gli vogliamo bene lo stesso, consapevoli dell’epoca in cui visse e del suo target di riferimento.

Un testo difficile da portare sullo schermo, con i suoi momenti razzisti e le assurdità infinite sulla giungla – scritto decenni prima la scoperta dell’importanza di documentarsi prima di scrivere qualcosa – che per qualche motivo sono sempre stati scacciati con disgusto e disprezzo a favore di un inutile realismo. Tarzan delle Scimmie è una storia irreale sotto ogni aspetto immaginabile, eppure anche The Legend of Tarzan commette l’errore dei suoi predecessori: aggiungere a piccole dosi una pretesa di realismo insostenibile.

 

The Legend of Tarzan parte da un passo successivo a Tarzan delle Scimmie, ispirandosi ai libri in cui il suo nome è ormai John Clayton III, gentleman inglese dai modi squisiti e con la bella moglie Jane/Margot Robbie. Vive nella sua lussuosa dimora finché non decide di tornare in Congo su invito di Sua Maestà Leopoldo, Re Belga, e su accorata richiesta del dr. George Washington Williams/Samuel L. Jackson, deciso a indagare sulla possibilità che Leopoldo si stia arricchendo con la fatica di nuovi schiavi.

Lo spettatore però sa: è in realtà tutto un piano di Léon Rom/Christoph Waltz, desideroso di consegnare Tarzan a una sua vecchia tribù nemica in cambio della possibilità di sfruttare liberamente le loro terre ricche di oro e diamanti. Un romanzo tutto sommato razzista viene ribaltato, è onorevole, per discutere invece la tematica opposta, lotta contro la schiavitù, contro la discriminazione e lo sfruttamento di terre non di appartenenza europea (e sappiamo il Belgio cosa sta ancora facendo in quelle zone dell’Africa).

Tuttavia se come base può funzionare ed è anche apprezzata, tutto il resto è abbastanza noioso e trattato con insicurezza: Tarzan non riesce a sopraffare i gorilla (nei romanzi sì), ma non muore se lo riempiono di pugni sulla schiena o lo azzannano, resiste ai proiettili e parla agli animali senza offrire una spiegazione adeguata come sembrerebbe voler fare invece in certi momenti. Insomma, Yates non abbraccia le potenzialità delle esagerazioni giustificate da un romanzo come Tarzan delle Scimmie, anziché approfittarne ne rifugge.

Soffre anche la visione degli ambienti – se pensiamo a Il libro della giungla di Favreau, il film di Yates impallidisce -, ripresi con gli stessi colori degli Harry Potter da cui il regista proviene, toni bluastri che ne oscurano la magnificenza e riducono l’impatto visivo. Per un film in 3D è un errore madornale. Ma devono aver pensato bastasse un Tarzan attaccato alle liane, col suo celebre urlo a distanza, i suoi pettorali e addominali scolpiti in bella vista e una Margot Robbie attaccata per tre quarti di film a una ringhiera per avere successo. Non è così e il risultato finale lo dimostra. Un film davvero evitabile.

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2 pensieri su “The Legend of Tarzan (David Yates, 2016)

  1. Yates è un regista a dir poco scadente, riuscito nella non facile impresa d’imbruttire la saga di Harry Potter con i suoi mediocri e mal trasposti 5°, 6° e 7° film.
    Si trova ancora a dirigere semplicemente grazie agli incassi di HP, grazie a questa fortuna piombatagli addosso chissà come.
    Speriamo finisca al più presto questo equivoco, e Yates torni a dirigere così per la televisione inglese come giustamente faceva prima di questa parentesi hollywoodiana.

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    1. Non bisognerebbe mai far trasposizioni senza conoscere come la storia va avanti! Il difetto degli ultimi Harry Potter per me è principalmente in questo aspetto, ma sono d’accordo nel definire comunque Yates un regista abbastanza mediocre nella sua versione pro-blockbuster. Questo Tarzan lascia trasparire ancora di più questo aspetto, un film veramente debole sul fronte stilistico/registico. Ha personalità, ma sembra non saperla usare ancora a dovere… intanto la parentesi hollywoodiana si chiude perché torna a dirigere Harry Potter, è lui il boss di Fantastic Beasts and Where to Find Them!

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